Racconti dei partecipanti - sezione D - ottava parte

Vittorio Sartarelli

IL  POSTO   

Marco era, a quell’ epoca -inizio degli anni ’60-, un giovane studente universitario nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, aveva iniziato il terzo anno di corso quando, improvvisamente e imprevedibilmente, suo padre si ammalò di una grave forma di depressione dalla quale poi non si sarebbe più ripreso negli anni a venire. La sua famiglia da questo evento negativo, subì un contraccolpo devastante sia psicologicamente, sia finanziariamente perché l’unica fonte finanziaria di sostentamento era sempre stata l’attività artigianale esercitata da suo padre.

Sua madre da casalinga dovette trovarsi un lavoro per tirare avanti la famiglia e si organizzò con un lavoro di cucito che poteva eseguire in casa. Marco, nonostante avesse partecipato a numerosi concorsi e le ripetute richieste di lavoro avanzate sul luogo, non riusciva a trovare un’occupazione. Erano gli anni durante i quali stava evolvendosi in Italia il famoso “miracolo economico” ma, era anche il periodo storico delle raccomandazioni, possibilmente politiche. Per trovare un posto di lavoro, non c’era niente da fare, pure facendo un concorso pubblico e superando gli esami, se non si aveva un referente politico “in vista”, non si andava da nessuna parte.

Ma, il problema era anche trovare l’uomo politico giusto, disponibile e, possibilmente, disinteressato e non era facile; dopo qualche anno Marco era riuscito a trovare lavoro, in nero, presso un settimanale politico locale, con una retribuzione minima, in aggiunta era riuscito ad ottenere la corrispondenza di un quotidiano nazionale. La sua situazione familiare non era delle più facili, ormai prossimo alla laurea, era fidanzato da diversi anni e, con quella limitata  disponibilità finanziaria che gli procurava il suo lavoro, che aveva la caratteristica nefasta del precariato, non poteva certo pensare di mettere su famiglia.

Un barlume di speranza alla sua situazione venne da una reminiscenza dello zio della sua fidanzata che, un giorno, si ricordò di avere un suo vecchio amico e compagno di studi che era stato eletto onorevole presso l’Assemblea Regionale Siciliana e che rivestiva in quel periodo un importante incarico istituzionale. Si decise di andare a trovarlo insieme, forse avrebbe potuto fare qualcosa per Marco ed essere l’uomo della provvidenza. Si recarono entrambi a Palermo per incontrarlo. L’onorevole li ricevette nel suo ufficio con molta cordialità ed affabilità e li fece accomodare andando a sedersi nella sua poltrona dietro un’enorme scrivania.

Era un uomo di una certa età, piccolo di statura con i capelli bianchi e un paio di occhiali dalle lenti molto spesse, dietro le quali si scorgevano due piccoli occhi da miope, che scrutavano tutto con attenzione, mentre il suo viso sereno e disteso evidenziava un sorriso accattivante. Vestiva in modo accurato  e con sobria eleganza, parlava in modo lento e suadente e il suo linguaggio metteva in mostra un grado di cultura sicuramente elevato, era piccolo ma, mostrava di sapere il fatto suo e, nel suo modo di fare, esprimeva energia ed estrema sicurezza.

Dopo i convenevoli tra lui e suo zio, ricordando con allegria i dolci tempi andati della loro gioventù, si rivolse direttamente a  Marco, volle conoscere il suo curriculum studentesco, la situazione familiare e il suo lavoro di cronista e redattore di giornale. Nell’accomiatarli gli porse la mano e rivolto allo zio, con un sorriso che faceva bene sperare, esclamò: “ Vediamo cosa si può fare per questo giovanotto di belle speranze!”.

Passarono due lunghi anni da quell’incontro con l’onorevole e, un giorno, inaspettatamente gli giunse una raccomandata, era di un Istituto di Credito locale che lo invitava a sostenere un colloquio selettivo per un’eventuale assunzione. Leggendo quella lettera a Marco sembrava di sognare, eppure, era vero e la lettera era indirizzata a lui, non sapeva cosa pensare, egli non aveva presentato alcuna domanda di assunzione presso quella Banca, come mai conoscevano i suoi dati?

Le sue domande ebbero presto una risposta esaustiva: il giorno dopo gli pervenne una lettera, era dell’onorevole di Palermo, amico di suo zio, Marco se n’era completamente dimenticato. La missiva, stilata nella sua bella carta pergamenata intestata, gli comunicava che sarebbe stato invitato, appunto, da quell’Istituto a sostenere un colloquio informale propedeutico alla sua assunzione, gli faceva i migliori auguri unitamente ai cordiali saluti per lo zio.

Finalmente, il giorno del “colloquio” arrivò, a Marco sembrava di essere ritornato a scuola, avvertiva lo stesso disagio dell’”Esame”, con la differenza che, agli Esami di Stato sapeva bene cosa gli avrebbero chiesto e si era preparato apposta, quella volta invece, non sapeva assolutamente dove sarebbero andati a parare gli esaminatori. Era, allo stesso tempo, timoroso e impaziente, sapeva bene che da quel colloquio dipendeva il suo avvenire; aveva un po’ studiato su un testo di tecnica bancaria, lui che proveniva dal liceo classico, materia che gli risultava assolutamente nuova e per certi versi incomprensibile. I titoli di credito e, sommariamente, tutte le operazioni di credito che esistevano all’epoca dei veri e propri oggetti misteriosi ma, in ogni modo era pronto e in preda ad una comprensibile ansia.

            Appena entrato nei locali della Banca Marco scoprì che non era il solo a dover sostenere quel colloquio, infatti, li contò tutti ad uno ad uno erano in undici e la cosa, chissà perché, lo rincuorò alquanto. Quando toccò a lui, fece un grosso respiro scaccia pensieri, si sistemò la cravatta, si fece il segno della croce ed entrò.

            Nella stanza, molto grande ed illuminata da un’ampia vetrata, dietro un’enorme scrivania erano seduti: al centro, il Direttore Generale che poneva le domande, a latere, da una parte il Segretario e dall’altra un Funzionario dell’Istituto. Marco si rese conto, subito, che il colloquio che gli aveva procurato notti insonni e molte paure, si rivelò ben presto soltanto una formalità. Fu messo a suo agio e le domande furono molto generiche e centrate su argomenti d’attualità, in sintesi, quella specie di test attitudinale, più che su una preparazione specifica e tecnica che, in effetti, non poteva esserci, era incentrato sulle caratteristiche dell’esaminato, sulla sua cultura generale, sul modo di presentarsi, esprimersi e relazionarsi con gli altri.

            Al termine il Direttore, mostrandosi molto soddisfatto, gli strinse cordialmente la mano, si complimentò per l’esito del colloquio e gli disse alcune parole sulle quali Marco, poi, si fermò a riflettere a lungo: “ So che scrivi con successo su alcuni giornali, ho letto alcune tue cose, bravo mi hanno interessato, vedrai che queste tue qualità ti serviranno nel tuo lavoro!”. Porgendogli, infine gli auguri, lo pregò di portare i suoi saluti all’Onorevole e gli anticipò che, al più presto avrebbe ricevuto la lettera d’assunzione, congedandolo con un ampio sorriso.

            Marco uscì da quella stanza come un automa, doveva sentirsi l’uomo più felice della Terra in quella circostanza, considerato quello che aveva passato negli anni precedenti, sempre alla ricerca vana di un posto di lavoro che non si trovava. E, ora, lo attendeva una vita nuova eppure, era come irretito, aveva la sensazione che il tempo si fosse fermato, non riusciva ancora a realizzare quello che gli era stato appena detto. Rimase così immobile per qualche minuto, appoggiato ad un tavolo assorto in quel suo stordimento emozionale, non se ne rendeva conto ma, il suo cervello aveva subito uno shock : un commesso della Banca che l’osservava si preoccupò e, avvicinandosi, gli chiese se stesse bene, al che Marco si scosse, ringraziò ed uscì quasi di corsa dall’ingresso principale.

            Una volta fuori, salì in macchina e scoppiò in un pianto, dirotto e irrefrenabile, la tensione si era, improvvisamente, dissolta ora che era tornato in sé, poteva dare sfogo a quel pianto liberatorio che saliva dall’anima, a lungo represso per tutto il periodo delle sue sofferenze durante gli anni precedenti. Ormai non riusciva più a frenare la sua gioia, finalmente l’incantesimo si era rotto ce l’aveva fatta e avrebbe voluto gridarlo a tutto il mondo, quel  fisicamente “piccolo” uomo politico ma, umanamente “grande” era stato l’uomo della provvidenza al quale egli doveva gratitudine eterna!

            La prima persona alla quale Marco comunicò l’esito del colloquio, ovviamente, fu la sua fidanzata, Sara, il suo amore trepidante, che raggiante e felice lo abbracciò così forte come se lo avesse rivisto, in quel momento, dopo molti anni di separazione. Infine, andò a dirlo ai suoi genitori che tanto si erano sacrificati per lui durante la sua  esistenza e che meritavano questa ricompensa sentimentale da parte sua. Era finalmente arrivata per lui la fine di un incubo che sembrava non dovesse finire mai.

            Si era alla fine di dicembre del 1962, nei primi giorni di Gennaio del 1963, gli giunse la tanto attesa lettera d’assunzione in banca, era una raccomandata che Marco  conserva ancora, gelosamente come un cimelio, tra le sue vecchie carte. Il testo recitava che era stato assunto con la qualifica di Cassiere, che avrebbe dovuto prendere servizio il giorno quindici dello stesso mese, nella sede in una cittadina rivierasca della provincia e, cosa molto importante per allora e per la disastrata condizione economica di Marco, che il suo trattamento economico mensile, come impiegato di  prima categoria, sarebbe stato di Lire ottantaquattromila e per quindici mensilità all’anno.  Il 1963 iniziava sotto i migliori auspici, non c’erano dubbi ormai, ma solo certezze.

            Egli era felice come non lo era stato mai, sembrava finito per lui finalmente quell’odioso periodo caratterizzato dalla ricerca affannosa e continua di un posto di lavoro, lasciava la sua attuale situazione di precariato lavorativo per entrare, con un contratto a tempo indeterminato, in un mondo lavorativo nuovo, tutto da scoprire, il mondo della finanza e delle Banche che ora lo affascinava molto, tuttavia, la conquista più importante della sua vita era costituita dal fatto di aver raggiunto la tranquillità e l’indipendenza economica. Nel giro di qualche anno, avrebbe potuto sposare la donna della sua vita che con fede ed amore lo aveva atteso per molti anni. Poteva crearsi una famiglia alla quale dedicare la sua vita senza avere più le paure e le angosce  per il futuro.

            Marco aveva da poco preso servizio e si stava godendo quella sua nuova esperienza lavorativa quando, improvvisamente, si materializzò nella sua mente un problema che, nel giro di qualche mese, per le conseguenze che avrebbe potuto arrecargli, rischiava di compromettere l’acquisizione del suo posto di lavoro. Il problema, in effetti, esisteva già prima, solo che egli se n’era, assolutamente, dimenticato: doveva ancora compiere il servizio militare di Leva. Fino a quel punto aveva rinviato la partenza avvalendosi dei motivi di studio che gli consentivano di rinviare quell’adempimento dopo il ventiseiesimo anno d’età.

            Ogni anno, si era preoccupato di presentare la documentazione attestante la frequenza all’Università, ora purtroppo, nel mese di febbraio di quell’anno avrebbe compiuto ventisei anni e con essi avrebbe esaurito la possibilità di un ulteriore rinvio. Se fosse partito, infatti, in seguito al ricevimento della cartolina di precetto, alla fine di febbraio, non avrebbe neppure potuto completare il periodo di prova in banca che era fissato in tre mesi e, di conseguenza, non avrebbe neppure potuto chiedere la conservazione del posto di lavoro.

             Lo assalì, di nuovo l’angoscia e, soprattutto, la paura di ripiombare in quel baratro infinito dal quale era, miracolosamente, uscito. Anche quella volta è lecito pensare che gli sia venuto in soccorso l’aiuto divino perché, in effetti, Marco non fece assolutamente nulla, eppure, la paventata cartolina di precetto non arrivò mai. Bisogna considerare, tuttavia, ad onor del vero che egli aveva parlato di questo problema in casa di sua zia con la donna di servizio che da tanti anni era con lei, questa signora che aveva un cognato, maresciallo dell’Esercito di carriera che prestava servizio presso il Distretto Militare, lo aveva invitato ad andare a trovarlo per sottoporgli la sua situazione.

            Marco ricorda vagamente di essere andato a trovare quel maresciallo il quale, dopo averlo ascoltato, gli aveva assicurato che, per la sua particolare situazione familiare, una soluzione del suo problema esisteva, infatti, essendo il maggiore dei figli, a causa della malattia patita dal padre, poteva assumere anagraficamente la qualifica di Capo famiglia accollandosi l’onere del mantenimento della stessa. Altra condizione che accresceva le possibilità di soluzione del suo caso era il fatto di avere, in famiglia, un fratello minore che, ancora, doveva espletare il servizio di Leva.

             Sono trascorsi da allora oltre quaranta anni e Marco non è in grado di ricordare con certezza se modificò effettivamente il suo stato di famiglia presso l’Anagrafe Comunale e non ha mai saputo, finora, se la faccenda si risolse per il meglio, per una sorta di automatismo burocratico o, molto verosimilmente, come egli ha sempre pensato, per un miracoloso intervento della Divina Provvidenza perché, alla fine, egli non prestò il servizio militare di Leva.

            Dopo aver compiuto il ventiseiesimo anno, aver superato brillantemente il periodo di prova in banca e, dopo avere atteso per qualche altro mese, senza che accadesse niente di nuovo, egli si disinteressò della cosa e se ne dimenticò come se non fosse mai esistita. Continuava, mentre, la sua nuova, bellissima avventura di bancario che a lui sembrava l’inizio di una favola che non sapeva ancora  si sarebbe conclusa, dopo oltre trentacinque anni di onorata carriera con la meritata pensione. Neppure lì, in banca, furono tutte rose e fiori ma, questa è un’altra storia della quale vi racconteremo solo la primissima parte.

            Il soggiorno lavorativo nella sua prima sede fu alquanto breve e introduttivo, il suo lavoro d’apprendistato consisteva, principalmente, nel guardare, osservare attentamente ed assorbire metabolizzandolo mentalmente, ciò che il suo collega cassiere più anziano ed esperto faceva o gli spiegava. C’era in quella sede un ambiente molto soft ed ovattato, ogni cosa sembrava confezionata con cura e messa in vetrina per essere ammirata, per una sorta di perbenismo di maniera molto conformista  che rendeva tutto perfettamente stereotipato, tuttavia, in questa apparente armonia di forme una cosa lo colpì in modo particolare e fu la constatazione che i rapporti interpersonali tra gli altri colleghi, tutti del luogo, non erano poi dei più cordiali.

            L’ambiente esterno era provinciale e paesistico, con toni marcatamente più accentuati di quello che esisteva nella sua città che pure essendo capoluogo di provincia aveva anche lei un ambiente relativamente provinciale. Tutti si conoscevano, s’incontravano nel passeggio serotino di ogni giornata e, soprattutto si raccontavano, al limite del pettegolezzo, tutto di tutti, salvo poi, al momento opportuno, far finta di non sapere nulla. L’aspetto insolito che lo sorprese e che paradossalmente si contrapponeva alla mentalità provinciale di paese, fu l’istinto imprenditoriale e commerciale molto diffuso e perseguito, in tutte le attività speculative cittadine, le quali avevano il loro punto di riferimento più alto nella marineria peschereccia della città, pure a quell’epoca fiore all’occhiello  del commercio e dell’imprenditorialità siciliana.

            Marco rimase ospite in quella ridente cittadina metà araba e metà normanna per tre mesi circa e, in un certo senso, gli dispiacque lasciarla perché, in fondo, si viveva bene in quel luogo e ne conservò piacevolmente il ricordo della sua solarità, la pulizia delle strade i suoi negozi, tanti, le case bianche e quel fiume che entrava dentro la città dividendola quasi in due, sempre affollato di barche e pescherecci di tutte le varietà. Le case bianche e quell’atmosfera disincantata e attiva, molto simile per la sua dinamicità a quella che si respira in una città del Nord Italia, il tutto sapientemente sceneggiato da una splendido lungomare pieno  di palme che costituiva parte integrante dei colori e della cornice ambientale mediterranea che era piacevole osservare come un riposante acquerello d’autore.

            Una telefonata giunta dalla Direzione Generale aveva disposto lo spostamento di Marco in altra sede, perciò il direttore della Filiale gli comunicò che, dal giorno seguente, sarebbe stato inviato in missione, a tempo indeterminato, presso un’altra agenzia in un paesino dell’ampio comprensorio palermitano, gli fece intendere, altresì, che molto probabilmente al periodo di missione sarebbe subentrato il trasferimento vero e proprio.

Marco si ritrovò, l’indomani, in una realtà sociale ed ambientale del tutto insolita per lui e, per molti versi, diametralmente opposta a quella che aveva appena lasciato nella sua sede di provenienza. Era passato, repentinamente, da una cittadina rivierasca ricca e ridente, con una struttura antropologica evoluta ed intraprendente con caratteristiche sociali le più varie, ad un paesino piccolo e molto povero e, purtroppo, anche molto sporco e socialmente arretrato.

             In loco non esistevano attività di alcun genere, qualcuno esercitava la pastorizia, poi, al di fuori di una farmacia, un tabaccaio ed un rifornimento di carburanti situato fra l’altro, sulla statale 113  lontano dal centro abitato, non c’era altro se non qualcuno che viveva di espedienti e, in genere, una miseria ed un degrado che si poteva toccare con mano. Non esistevano attività artigianali all’infuori di un fabbro e un ciabattino e, meno che mai imprenditoriali e commerciali, il cinquanta per cento della popolazione indigena era emigrata in Sud America, dove la maggior parte esercitava il mestiere di venditore ambulante.

            Marco si rese conto, in fretta, che una buona fetta degli abitanti del paese aveva da vivere perché in quel luogo esisteva la sua Banca, nel senso che loro, contraevano dei prestiti non per investire il danaro in qualche attività o per costruire una casa, ma, quasi esclusivamente per tirare avanti, un’altra fetta viveva con le rimesse dei parenti emigrati e, il resto cercava di sopravvivere con espedienti ed alla meno peggio.

            Paradossalmente, in quella misera e contorta realtà sociale ed economica, la Banca di Marco andava bene, anzi, si poteva affermare che andasse molto bene, era l’unico Istituto di Credito presente sulla piazza e quindi poteva monopolizzare qualsiasi attività finanziaria che si svolgeva nel sito oltre a raccogliere le attività finanziarie dei piccoli centri limitrofi, poi, stranamente c’erano dei clienti molto facoltosi che venivano addirittura dalla capitale siciliana.

            La sua agenzia era allocata in un piano terra molto piccolo e vetusto che era stato adibito precedentemente a casa rurale con stalla annessa, constava di due vani, uno più piccolo che era anche l’ingresso, veniva adibito allo sportello per il pubblico, l’altro più grande ma non troppo, ospitava in coabitazione promiscua il Preposto e gli uffici operativi interni. In quell’ambiente piuttosto angusto coabitavano giornalmente interagendo sei unità lavorative.

            Per completare la descrizione dell’immobile adibito ad agenzia bancaria parliamo del locale retrostante lo sportello di cassa, questo era ricavato in un sottoscala dove c’era a mala pena lo spazio per muoversi, con un bancone molto piccolo e una calcolatrice. Nell’angolo tra il tavolo e la sedia c’era il cestino getta carte, ebbene, a volte la carta accumulata saliva ben oltre il livello del tavolo. Le pareti dell’intero locale erano di un colore indefinibile, infatti, lo sporco, le mosche con i loro escrementi e una certa incuria congenita, accumulatasi nel tempo, avevano fatto il resto. Marco rimase, invece, piacevolmente stupito quando scoprì che in fondo alla stanza più grande vi era una porta che dava in un piccolo gabinetto, talmente a misura d’uomo che c’era giusto lo spazio per sedersi sul water.

            V’era un’altra cosa, poi, che accadeva con cadenza periodica e, per fortuna, non ogni giorno, che è il caso di definire soltanto “singolare”: la strada nella quale si affacciava l’ingresso dell’agenzia della banca, portava, restringendosi gradatamente, in salita verso le pendici dei monti che, da un lato, sovrastavano il paese. Da quella stradina scendevano, saltuariamente, nel corso del mese mandrie di buoi o di pecore che erano state al pascolo su quei monti e passavano, per forza, davanti l’ingresso della banca, ebbene, a volte capitava che gli animali passando, depositassero i loro escrementi davanti la porta, con le conseguenze che si potevano immaginare.

            In questa, a dir poco, “colorita” situazione ambientale s’integravano, poi, parte della clientela e i colleghi più anziani di Marco, tutti del luogo, depositari d’una ignoranza spaventosa che lavoravano solo per pratica operativa e, tuttavia, così gelosi del loro “patrimonio culturale tecnico”, da non permettere ai colleghi nuovi arrivati, se mai lo avessero voluto, di acculturarsi sul nuovo lavoro da svolgere. In più, per una sorta di becero nonnismo impiegatizio, trattavano i nuovi arrivati come esseri inferiori ed incapaci, con modi ed espressioni non proprio urbani che servivano a completare l’impressione di chi veniva a trovarsi in quel luogo, per la prima volta, di essere capitato in una bolgia infernale di dantesca memoria.

            Le uniche cose che potevano apparire confortanti, per Marco, erano il fatto di trovarsi lì, in missione e quindi, di guadagnare molto, in quel momento, molto più di quanto avesse mai immaginato, anzi egli non aveva mai posseduto tanti soldi in vita sua, eppure li stava guadagnando lui. L’altra cosa era il Preposto dell’agenzia il quale, pur essendo anch’egli del luogo, era istruito e, anzi laureato e rivestiva anche la carica di Sindaco del paese, almeno lui, quando c’era, conosceva la buona creanza e le regole del vivere civilmente in comune.

            La sua permanenza in quel luogo, non certo gradita, durò quasi un anno, tuttavia, era comunemente ritenuto “giusto” e di prammatica che un neo assunto avesse fatto la famosa “gavetta” in quel posto per un certo periodo, infatti, la sua originaria destinazione in missione, si trasformò, dopo sessanta giorni in trasferimento che, per fortuna, durò solo undici mesi. A seguire, giunse molto gradito un altro trasferimento, questa volta era stato assegnato ad un’agenzia nella zona dell’Agro Ericino, un ampio comprensorio dove si trovava il più grosso ed importante bacino marmifero d’estrazione della Sicilia.

            Il cambiamento di luoghi, abitudini e frequentazioni sociali, fu enorme e positivo, trovarsi in una nuova realtà, quella di un paese montano, dove gli abitanti erano quasi tutti agricoltori, con un tasso d’istruzione piuttosto basso ma, che in cambio avevano tutti un’educazione media piuttosto soddisfacente che contraddistingueva i rapporti interpersonali, fu di certo una gradita sorpresa, in altri termini, finalmente, Marco si sentiva in un altro mondo del tutto diverso e migliore di quello che aveva appena lasciato.

La sua nuova destinazione cambiò anche il suo sistema di vita perché, mentre prima, a causa della lontananza era costretto a soggiornare tutta la settimana sul posto di lavoro, ora, data la vicinanza con il luogo di residenza, poteva viaggiare giornalmente e rientrare, la sera a casa avendo la possibilità di dormire nel suo letto che non era poi cosa da poco. Quel cambiamento, intanto, indusse Marco a la sua fidanzata a cominciare a pensare al loro matrimonio, si conoscevano ormai da dieci anni durante i quali n’avevano passate di tutti i colori, era giusto in fondo, che avessero cominciato pensare anche a sé stessi.

            Decisero d’affrettare i tempi, facendo solo quello che era indispensabile per una vita a due, semplice e decorosa, senza troppi fronzoli o grilli per la testa, senza cose superflue per le quali Marco e Sara non ebbero mai troppa  simpatia, nemmeno dopo negli anni, quando avrebbero anche potuto permettersele. Le nozze furono fissate per l’estate che era ormai prossima, Marco possedeva una vecchia Fiat 500 che l’ aveva fedelmente accompagnato nelle sue peregrinazioni, ormai però, era prossima al pensionamento, per cui, avendo in animo di affrontare il viaggio di nozze in macchina, la diede in permuta e ne acquistò una nuova, a rate naturalmente, non ce l’avrebbe fatta a pagarla in contanti con tutte le spese per l’imminente matrimonio, era in ogni modo quella, la sua prima macchina nuova e sperò che si fosse mantenuta in efficienza per un bel po’ d’anni.

 


 

Alberto Sordi

LE DIABLE BLEU

“Dormivo e sognavo

un frammento di finzione

nascosto in mezzo alla vita”

            Alla brasserie “Le Diable Bleu”, sul Quai des Bateliers di Strasburgo, ho conosciuto me stesso e scoperto chi sono veramente. Già da qualche tempo avevo pensato, spinto da un pressante comando interiore, di recarmi in quella città, gravida di leggende e mistero. Strasburgo, la capitale d’Europa. Strasburgo come Praga, un luogo magico. Dalle facciate delle case della Città Vecchia grotteschi mascheroni ci osservano, volti beffardi di demoni sorridono ironici a coloro che non sanno, ai turisti che si aggirano frettolosi in cerca di souvenir o di un qualche angolo suggestivo da fotografare ed io sentivo istintivamente di dovervi andare perché là avrei compreso qualcosa. Un pomeriggio di maggio risolsi di salire nel treno che mi avrebbe portato a Milano, da cui avrei poi proseguito per Strasburgo.

            La mattina presto, quando mi incamminai per le strade semideserte, ebbi l’impressione di muovermi in una bolla d’aria, sospesa al di fuori del tempo. Tutto pareva fermo, immoto,  come in attesa. Dopo aver oltrepassato la casa natale del pittore Hans Arp, dal balcone della quale una maschera rossastra mi mostrava ridendo la lingua di una lunghezza spropositata, arrivai al lungo fiume ed ebbi una folgorazione. Ero già stato qui, in sogno, un mese fa: gli stessi portici, la solita strada che porta al fiume, lo stesso cielo immobile… ma l’impressione durò poco perché, come sorti improvvisamente dal nulla cominciarono a passare studenti, ragazze in bicicletta, impiegati e uomini d’affari con le loro brave valigette e stormi di veicoli a motore di ogni genere che in breve tempo riempirono lo spazio attorno. Decisi allora di cercare un posto dove alloggiare e considerare il da farsi.

            Una sera, dopo aver cenato e vagato come solito per l’Ile de France, una parte della Città Vecchia, costellata di canali, mi sedetti davanti a un edificio, chiamato “La Casa delle Due Streghe”, perché pare che un secolo fa vi abitassero due donne, madre e figlia, apparentemente molto giovani, che custodivano al suo interno un insolito giardino di cristalli luminosi; tuttavia l’unica luce che adesso si poteva vedere, era quella del lampione a lato della casa. Vi avevo però notato qualcosa di strano, poiché spesso, passandovi di giorno, le finestre erano sempre chiuse, non si sentiva un alito di vita che spirasse da dentro, ma, verso l’imbrunire, tutte le finestre erano sempre chiuse, non si sentiva un alito di vita che spirasse da dentro, ma, verso l’imbrunire, tutte le finestre del primo piano erano aperte e all’interno non si percepiva nessuno; potevo girare in lungo e in largo attorno all’abitazione, aspettare anche un’ora, tuttavia non scorgevo mai gli abitanti.

         Ormai la folla dei turisti va scemando e un debole canto parve uscire dalla dimora. Mi dirigo verso la porta; basta una leggera spinta per aprirla. Salgo le scale e di sopra sono attratto da uno scrittoio, uno dei pochi mobili che riesco a vedere al buio. Accendo un fiammifero e su di esso noto un libro aperto che pare molto antico; dalle figure sembra un testo magico e una di queste attira in particolar modo la mia attenzione: un diavoletto blu che saltella leggero sul foglio; sopra c’è un biglietto sul quale è scritto: Ci vediamo a mezzanotte a “Le Diable Bleau”. Jeanne. Incuriosito lascio perdere il resto della casa, scendo di corsa le scale e m’incammino verso un ponte alla ricerca di qualcuno che sappia darmi indicazioni su “Le Diable Bleau”; vengo così a sapere dal cameriere di un ristorante che è una brasserie poco frequentata sul Quai de Bateliers.

            Mi dirigo verso il punto indicatomi anche perché mancano trenta minuti a mezzanotte.

            Finalmente, costeggiando il fiume, riesco a trovarla e dalle ampie finestre vedo alcuni tavoli senza avventori.

Non entro subito; ho uno strano presentimento ma poi apro la porta e siedo al primo tavolo che vedo, ordinando una birra.

            Persona singolare il gestore; ha un volto che ho già visto. Fuori intanto pare che le luci si siano tutte spente; vedo solo delle tenebre bluastre ma non ci faccio caso: forse è la stanchezza, forse sono le innumerevoli birre bevute durante la giornata. Un rumore improvviso mi fa trasalire; l’uscio si apre e entra qualcuno. Controllo l’orologio: è mezzanotte. Una donna si sieda al tavolo di fronte. Il birraio si avvicina e inizia a conversare con lei interrotto ogni tanto dalle occhiate intense che essa mi rivolge. In un angolo buio c’è un dipinto che l’uomo ogni tanto scruta. Non riesco a vedere bene cosa rappresenti; pare il ritratto di qualcuno, un personaggio vestito di blu ma non riesco a decifrarne il volto. Sono troppo spossato perché mi alzi; sembra che la sedia mi si sia incollata addosso: è l’atmosfera ipnotica che aleggia in questo luogo a rendermi confuso e fiacco o è solo colpa della troppa birra bevuta?

Bevo e fumo una sigaretta prima di andare in albergo a dormire.

Guardo nuovamente l’orologio: è ancora mezzanotte; forse è fermo, poiché sarà già passata mezzora dalla prima volta che l’ho osservato. Così chiedo l’ora. L’uomo mi dice, indicando un orologio alla parete, che è mezzanotte.

-         Com’è possibile – rispondo – se anche mezz’ora fa era mezzanotte? –

Curioso quest’impulso di replicare così bruscamente, vista la mia situazione di debolezza ma il brasseur mi spiega con calma che dove mi trovo è sempre mezzanotte. Non oso più chiedere altro e mi alzo. Cerco di aprire la porta ma sembra che una forza misteriosa la tenga ferma e fuori s’intravede sempre quella nebbia bluastra…

Vacillo, poi torno a sedere in attesa degli eventi. Non ordino niente mentre i due continuano a chiacchierare e fumo un’altra sigaretta per distendere i nervi; infatti, alla stanchezza è subentrata un’irrefrenabile agitazione interiore. Cerco di rilassarmi il più possibile ed esamino la misteriosa signora: è di una bellezza oserei dire, aristocratica; ha l’aria corrucciata, lunghi capelli corvini e gli abiti blu. Blu… Perché il diavolo del dipinto è blu, la donna è vestita di blu e con indumenti dello stesso colore è abbigliato anche l’uomo del ritratto? A proposito, chi sarà mai? Mi alzo e mi dirigo verso il quadro. Non è possibile! Sembra… sono io! Lo stesso taglio di capelli, la medesima espressione triste e malinconica, solamente sarà vissuto più di un secolo fa!

-         Ti aspettavo Pierre, come mai hai tardato tanto? – È la voce della donna che si rivolge a me.

Rimango immobile di fronte a lei.

-         Sono Jeanne, non ti ricordi? Un tempo ci siamo amati. Poi tu uccidesti mio marito che ci sorprese assieme e dovesti fuggire. Tuttavia promettesti di tornare. È tanto che ti aspetto, perché non mi hai fatto sapere più nulla di te?-

-         Non sono Pierre, mi chiamo Luigi e sono italiano! – le rispondo ormai snervato. Poi mi

siedo vicino a lei scusandomi per il modo di comportarmi. Cerco di farle capire che si tratta senz’altro di un errore di persona, che il suo Pierre arriverà più tardi, che l’orologio del locale è bloccato come il mio ma lei mi mostra il suo ed è fermo alla mezzanotte!

-         È sempre mezzanotte qui, mio caro Pierre. – e continua – Non potevo vivere senza di te finchè un giorno andai ad abitare nel Quai des Merchands, in una vecchia casa che nessuno voleva comprare. In essa trovai un trattato di magia nel quale era contenuta la formula che permetteva di evocare il Diavolo Blu, un’entità tra l’angelo e il demone vero e proprio, esistente in un mondo intermedio tra il Bene e il Male, il quale poteva aiutare le persone a ritrovare la felicità che il destino aveva loro improvvisamente strappato. Decisi allora, sebbene inizialmente titubante, spronata dal mio amore, di evocare quell’essere. Mi apparve a mezzanotte, com’era indicato e accettò di aiutarmi se gli avessi promesso le nostre vite per sempre; egli ci avrebbe fatto tornare insieme ma avremmo dovuto vivere con lui, nella sua dimora, per l’eternità, poiché, in virtù di una legge divina che impedisce all’Uomo di oltrepassare la propria condizione, quello era l’unico mezzo che ci avrebbe permesso di restare uniti per sempre. Acconsentii: non potevo fare altrimenti; il mio amore mi spingeva a fare qualunque cosa e poi il suo sguardo avrebbe convinto chiunque: ero incantata da quegli occhi. Ora sei qui, finalmente, mio per sempre. Questa è la casa del Diavolo Blu e si trova in una dimensione collocata tra il mondo concreto e quello dei sogni, per non essere trovata da nessuno durante la vita reale; neppure dai sognatori che incautamente l’avessero cercata. Un mese fa ti chiamai ed ero certa che tu mi avresti raggiunta. –

            Il mese passato sognai di essere a Strasburgo, sotto quei portici…

-         Perché non mi chiamasti prima? – le rispondo.

-         Avevi trent’anni quando ti persi e avrei potuto richiamarti nuovamente solo quando nella vita successiva ne avresti riavuti trenta.

-         Vuoi dire che io sono già vissuto, qui, a Strasburgo, un secolo orsono?! –

-         Certo – mi risponde il brasseur che intanto si era accomodato vicino a noi – ed è grazie a me che voi due vi siete ritrovato: sono io il Diavolo Blu! –

Ecco dove avevo già visto quel volto ironico dallo sguardo acuto e penetrante: la figura nel libro…

 -         So cosa stai pensando – dice il Diavolo Blu – quello è uno dei tanti modi nei quali gli uomini mi raffigurano, ma preferisco queste vesti perché amo la birra. –

-         Hai capito tutto, Pierre? –

-         Vuoi venire a vivere eternamente con noi? –

-         No non voglio. Non ho l’intenzione di essere vostro schiavo, continuare a stare qui dentro, all’infinito. Non so niente di cosa mi sarebbe, secondo voi, accaduto in un’altra vita. Queste sono tutte combinazioni, o probabilmente sono ubriaco e vi prendete gioco di me. Ho la convinzione di aver già veduto ques’uomo nella miniatura di un libro e invece magari lo avrò scorto per strada! Lasciatemi andare! Aprite la porta! –

            Istantaneamente mi getto contro una finestra fracassandola. Sono fuori e fuggo. Scappo da quell’incubo ma domani tornerò a vedere.

            Mentre corro, sento, come un pianto lontano, una voce supplicante: - Pierre, Pierre, non abbandonarmi di nuovo! –

            Mi sono alzato molto tardi stamattina; penso proprio di recarmi, alla luce del giorno e senza birra in corpo, prima alla Casa delle Streghe e poi al Quai des Bateliers. L’entrata dell’abitazione è sbarrata e un inserviente della locanda di fronte mi fa notare che il proprietario è un antiquario di nome Jean che adesso si trova in Provenza, quindi è inutile che cerchi di farmi aprire.

           Mi dirigo verso il Quai. Non esiste nessun posto che si chiami “Le Diable Bleu”. Com’è possibile? Allora era solo un sogno? O era tutto vero e quel posto si trova in una dimensione parallela alla nostra? E il Diavolo Blu in fondo era un “buon diavolo”, uno spirito della Natura che cercava di fare ciò che poteva senza mettersi eccessivamente contro il Creatore e le Sue Leggi. Che stupido, perché sono fuggito?

            Sono giorni che vago dolorosamente per la città, pensando a te, Jeanne, che mai più rivedrò, condannato a starti lontano per sempre. Solo ora capisco di essere innamorato. Quando eravamo amanti, pensavo fosse un’avventura, una delle tante e uccisi tu marito soltanto per difendermi da lui. Più tardi, in Italia, dove mi ero nascosto capii che non potevo più vivere senza di te e me ne andai ramingo per le città fino a quando non mi fu detto da un uomo saggio, incontrato in una cascina, che il mio amore mi avrebbe spinto a rinascere per ritrovarti in una nuova vita ma sarei dovuto stare molto attento perché il velo dell’oblio ricopre sempre il passaggio da un’esistenza all’altra e solo la forza del mio sentimento l’avrebbe dissipato.

            E quell’uomo, solo ora lo ricordo, era il Diavolo Blu; si, ne sono sicuro. Adesso ho vinto l’oblio ed è troppo tardi.

            Sono le otto, è ora di cena, quasi quasi entro in quel locale laggiù.

            Ma… sul muro è scritto “Le Diable Bleu”; allora avevo sbagliato luogo. Spalanco la porta, forse sono ancora in tempo per rimediare, tanto qui è sempre mezzanotte. Dentro odo dei canti: c’è una compagnia di bevitori e non vedo né Jeanne né il suo oscuro compagno; solo una coppia di anziani gestori. Non c’è nemmeno il quadro e l’orologio segna le otto di sera…

            È troppo tardi, ormai; dovrò aspettare un’altra esistenza per ritrovarti? O basterà morire affinché il Diavolo Blu possa recuperare la mia anima e condurla a te? Non posso più aspettare. Rido e chiudo l’ingresso con un tonfo mente la compagnia, dopo un attimo di perplessità, riprende a cantare.

            E con un ghigno demente sulle labbra mi dirigo verso un ponte vicino: la sotto c’è l’acqua del fiume che mi aspetta…


Se prima dio non è stato, e poi è stato, egli può tornare a non essere, e a essere in un tempo in cui noi non saremo: ma con o senza di lui noi siamo, abbiamo bisogno di essere, di scoprire l’essere che è in noi anche quando noi non sembriamo esserci. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto erompe la necessità di conoscere ciò che conosce il nostro cuore.

Alvaro Strada

LA CHIAMATA

Doveva essere l’ultimo incarico prima di lasciarti prendere la decisione definitiva. Te lo avevano promesso. Mancava una persona della tua competenza ed il lavoro era urgente. Ma ormai tutto era diventato urgente, bisognava rassegnarsi, prima o poi sarebbe venuto il tuo tempo, come viene sempre in ogni caso.

 Del resto la tua storia era ancora troppo vaga, avevi bisogno di lasciarla sedimentare. Dopo un vagabondare senza meta, ti eri fermato nei dintorni di Padova. Quasi tutti i rimasti nell’Ordine erano in quella città o nelle immediate vicinanze. La piena del grande diluvio si stava ritirando, emergeva la terra che non aveva mai visto il cielo, una piena di acqua stagnante durata troppo a lungo. Forse era solo una calamità al contrario l’attuale siccità della fede, nessuno correva il pericolo di annegare, ma la fretta di trovare rimedi era ossessiva, dava sempre più nel panico, i nuotatori che muovevano le braccia nell’aria si sentivano soffocare, non erano abituati a ritenersi salvi senza correre alcun pericolo. Ne correvano le cose, ma le cose non hanno anima, nemmeno quando sono belle.

Se poi imbruttivano bisognava essere drastici e disfarsene. Ogni giorno verificavi che la parte emersa non restava a lungo intatta, presto decadeva, la rovina era ovunque, bisognava accorrere, salvare il salvabile, indirizzare gli ultimi nuotatori dove la piena era più profonda, sperare in un ritorno della pioggia, addirittura di un altro diluvio. Ma per averne uno particolare, come quello di duemila anni prima, occorreva l’uomo-dio, il genio della lampada. Nessuno, nemmeno gli incalliti, nemmeno i puri tra i puri, men che meno le autorità credevano al ritorno del genio della lampada. Credevano in ciò che potevano credere, cioè nella siccità e non in un’altra pioggia fatata che tornasse a sommergerli nella grazia.

Lo sapevi, la beatitudine non era per tutti, si pagava a caro prezzo. Dopo aver concesso per secoli alle anime una ricchezza smodata, ora gli uomini di fede erano poveri e dispersi, dediti ad accattonaggi plebei, e le loro opere le architetture celesti, si sbriciolavano persino più in fretta delle architetture terrene di cui ti avevano imposto di occuparti.

Il tuo desiderio sarebbe stato rimanere bel protetto nella pozza che avevi reso profonda scavando con le unghie, da laico, per riuscire a respirare con le branchie dei santi. Invece gli ordini degli Ordini erano stati diversi, bisognava riemergere e correre dove la necessità chiamava. Tu lo sapevi fare perché venivi alla lotta tra gli ignavi, non avevi fiaccato le energie in un seminario, non avevi lottato per restare puro in mezzo a tentazioni insormontabili, ti eri rafforzato nell’errore. Avevi guadagnato sul campo la saggezza di Agostino l’africano, il quale dopo aver commesso tutti i peccati del corpo, potè dedicarsi a commettere quelli dell’anima: non bisognava aver letto per forza Epicureo per sapere che lo spirito trova godimenti ben più sostanziosi di quelli terreni, ma bisognava conoscerli.

 Ubbidivi nel fare ciò che ti ripugnava in attesa di ricevere i gradi e iniziare a peccare con la tua anima assetata di godimento; la divisa già la indossavi, sebbene non si vedesse. Per tue missioni vestivi da agente segreto, ma un occhio esperto avrebbe compreso che quel completo scuro, con camicia bianca senza collo, scarpe nere, cappello a tesa larga, barba francescana, incolta, quasi rabbinica, distintivo d’oro all’occhiello con il loto buddista, sebbene mirasse a confondere, parlava con un’eloquenza sopraffina.

Eri stato fornito dei mezzi necessari benché ti fossi arruolato per rinunciare ai privilegi: fuoristrada di buon livello, carta di credito della banca delle banche, lo Ior, lettere patenti per i grandi sacerdoti di ogni tempio. Le prime missioni in centro Italia, per un anno, causa terremoti: perché oltre la siccità esistevano anche i terremoti. In quel caso i crolli non erano dovuti alla pedofilia, di cui si occupavano altri agenti segreti, si trattava proprio dell’innalzamento della dorsale appenninica dove si trovavano decine di antichi monasteri, una volta allagati di anime, ora quasi prosciugati.

 Fuggiti per la paura i pochi confratelli superstiti, le anche mura, visitate solo dal vento morivano letteralmente di solitudine. Tolte quelle storiche (ma in fondo quali non lo erano?) o di interesse artistico e architettonico inviolabili dall’oblio, ne restavano quasi duecento tra piccoli e piccolissimi, in condizioni di ruderi, abbandonati da decenni, o sul punto di esserlo perché presidiati da una sola presenza, il guardiano, nei casi estremi un laico, immancabilmente ladro, che spariva quando non restava più niente di valore.

Il tuo compito era sopprimere. Non i ladri, certo, diciamo le tentazioni di sopravvivenza. Trovando irrealizzabili i restauri, le ricostruzioni, i ripopolamenti, bisognava passare alle maniere forti. L’interesse primario sarebbe stato di ricavarci del denaro da investire nei salvataggi possibili, in alternativa donare i ruderi alle municipalità, che di solito rifiutavano per essere già troppo intossicate dai Derivati. Come ultima risorsa, ricorrere agli speculatori. Non avevi difficoltà a scovarli, di solito erano già presenti sul posto. In cambio di benedizioni, e di una concessione in comodato di novantanove anni, di cui nella borsa avevi gli stampati, prefirmati e prebollati, l’immobile andava incontro alla sua destinazione definitiva, un albergo, un agriturismo, un condominio.

Il tuo compito a quel punto era finito, avevi tolto dal mondo un bene inutile. Le disposizioni erano tassative: liquidare, liquidare a ogni costo ma senza spese. Era il lavoro sporco che nessun graduato voleva fare, ancora meno volevano occuparsene gli stai maggiori del Vaticano che fuggivano ogni possibilità di accuse speculative o, peggio, di insensibilità artistica, possedendo gi un patrimonio immenso esentasse

Del resto lo Stato italiano vedeva il salvataggio delle vestigia ecclesiastiche come il maggior spreco di risorse dopo la Sanità; le sovrintendenze erano impegnatissime nella speculazione dell’arte contemporanea, poiché da quella antica non vi era nulla da ricavare: economicamente senza valore i sotterranei dei musei erano invasi dalle scoperte degli archeologi che disseppellivano per riseppellire dentro casse che nessuno avrebbe mai aperto: e poi la gente, dicevano gli interessati, era stufa di vedere mezze colonne e capitelli scompagnati. Bisognava darle altri motivi per pagare il biglietto.

Le banche erano in agguato, avevano i caveau pieni di croste informi da smaltire al migliore offerente: concedevano notevoli sconti ai musei civici varati con soldi pubblici, e laute percentuali agli assessori che si facevano promotori di queste iniziative. Lo sapevi, di recente eri stato anche tu assessore di qualcosa, l’insistenza a volerti infilare in tasca i soldi era imbarazzante.

Avevi provato a usare gli stessi metodi, con lo sperpero di risorse seguito agli ultimi terremoti, sperasti di distoglierne qualche briciola per rimettere le tegole sui tetti precipitati; ma non bastava corrompere, bisognava rispondere correttamente alle domande: chi ci metterete sotto le tegole? Negli altri conventi avete esuberi da spostare in questi? No? Allora niente soldi per voi, nemmeno se donate eremi e terreni alle associazioni naturalistiche, che poi sono loro a chiedere risorse per bonificarli.

La realtà contemporanea la conoscevi troppo bene, venivi da lì. Le città scoppiavano, le strade erano impercorribili, i treni sempre in ritardo, la disoccupazione cresceva, gli ospedali uccidevano come le guerre, la scuola sfornava ignoranti, il cibo era adulterato, la televisione segregava come nei penitenziari. Quanto sarebbe durata questa inciviltà, ti eri chiesto a un certo punto. E saresti durato abbastanza per vederne la fine? Meglio la fuga intanto che eri ancora in tempo: così ci avevi provato.

Tu volevi lasciare il mondo, ma il mondo ti aveva catturato di nuovo. Non eri mai stato un Don Abbondio, adesso i vasi di coccio facevano i precari o gli interinali. Eri un Azzeccagarbugli pentito di servir gli Innominati della politica, e in quel pentimento avevi scoperto una grande fame spirituale, la fame più diffusa e inascoltata della tua epoca. Come tutti volevi soffrire di meno, dopo che la sofferenza si era fatta insopportabile. Quindi ti eri arruolato in un esercito decimato dai disertori accettando la corvèe a cui sottostare tutte le reclute.

Era duro fare il killer di opere d’arte e di case spirituali quando la tua scelta era di abitare per sempre una di queste case: ma occupandotene, pur a tempo determinato, il tuo animo imparava a rasserenarsi nei luoghi dove per secoli aveva trionfato la felicità che cercavi.

Tendevi l’orecchio e aspettavi di riascoltare le promesse che ti erano state fatte. D’un tratto avevi udito una voce darti del tu. Ti eri guardato attorno stupito, e come altri nel passato avevi risposto: chi sei? Dopo un silenzio di giorni, di mesi, quella voce era tornata e aveva detto: seguimi. Come si fa a non restarne turbati? Scopri che puoi darti del tu e non vuoi accettare questo dono di amicizia che ti viene offerto dallo spirito che è in te? Puoi essere così insensibile al piacere?

A quasi quarant’anni decidesti per la prima volta di prendere una decisione giusta, regalarti del tempo. Non si trattava delle vacanze estive con la sua scadenza per il ritorno, era un vero e proprio salto nella luce che abbaglia quello che volevi fare. Lasciasti gli incarichi politici, lo studio di avvocato civilista bene avviato, una moglie che ti aveva lasciato per prima, un figlio che aveva già un altro padre, un’amante che aveva una figlia che non ti voleva come padre, i pochi parenti dispersi, lasciasti anche gli amici che avevano da tempo superato la data di scadenza. Una follia disse qualcuno di loro, e aveva ragione, anche tu pensavi che lo fosse, la sacra follia che invoca il diluvio. Altri erano sicuri che fosse momentanea, credevano cioè che le acque si sarebbero ritirate e tu saresti ritornato in superficie.

Entrasti come ospite pagante nella foresteria di Camaldoli. Per non assistere alle funzioni ti eri dichiarato di fede buddista; eri a conoscenza che in quel luogo avrebbero accettato questa ambiguità, o ubiquità che fosse. Nessuna interferenza infatti, i camaldolesi appartenevano a un ordine lungimirante, per questo erano ancora numerosi all’estero, per esempio in India, dove convivevano con la piena di quella spiritualità. Ciò che non sapevi era che l’ubiquità spirituale veniva accettata anche altrove, dunque tutte sbagliate le interpretazioni di chi non osava mettersi in cammino verso se stesso.

In seguito ti trasferisti dai Silvestrini a Fabriano chiamato dalla presenza di Carlo, un libraio di Torino che avevi conosciuto occasionalmente, lui di vera fede buddista. Come te, prima di te, più vecchio di te, aveva fatto lo stesso investimento sul proprio tempo residuo: aveva lasciato la libreria, la famiglia, la città. Ti assegnarono la cella accanto alla sua: grande poster di Buddha, immagini di Gesù e Maometto, o stereo con le cuffie: tollerato, tollerato, tutto sembrava tollerato. Nessun libro in quella stanzetta emanava odore di incenso orientale e di hashish, la biblioteca era sterminata e c’era di tutto come in quella di Camaldoli, dove però i libri eretici erano segnati sui dorsi. Potevi leggerli, ma a tuo rischio. E anche il rischio era tollerato.

Carlo era novizio, aveva dato gli ordini minori, ma doveva decidersi entro un triennio a dare quelli definitivi. Era l’unica opposizione di tempo, per questo cambiava spesso convento. Se non si fosse messo in regolata, sarebbe dovuto andare via anche da lì, ma gli Ordini tolleranti erano quasi infiniti, bastava ricominciare da capo. E poi poteva anche decidersi, ti disse. Tu invece eri già deciso a quel punto solo che avevano bisogno di te, non volevano che ti rintanassi nella beatitudine prima di avere assolto qualche compito che sapevano spregevole.

Lasciasti S. Silvestro e pregasti Carlo di scriverti una cartolina quando sarebbe caduta la neve. Subito dopo avertela mandata, si suicidò. Forse era finita la tolleranza.

Intanto ti eri trasferito nelle campagne della mistica Padova, in varie case: la decisione ferma era di non muoverti dalla zona; per esserne più sicuro tagliasti i residui legami. Ti liberasti di tutti i tuoi beni, di tutti gli affari in sospeso, tornasti povero come da ragazzo, sconosciuto come prima di nascere.

Fu il tuo primo incarico di liquidatore quello che assolvesti su te stesso. Si scoprì che ci sapevi fare, che avevi la determinazione, che non eri un debole, un suicida, eri un killer: alle tue spalle non avevi lasciato nulla di animato. Potevi servire alla causa prima di poterti beare di un’eterna solitudine. Così vennero quasi subito gli altri incarichi, sempre con la caratteristica dell’eccezionalità, ma intanto ti preparavi all’ubbidienza, perché questa era richiesta se volevi davvero far parte dell’esercito. Ti ritrovasti a svolgere una professione non troppo diversa da quella che avevi lasciato, l’unica differenza era che adesso te ne occupavi come cristiano- buddista, o  forse né l’uno né l’altro, perché la ricerca della pace interiore per te non poteva avere etichette.