Racconti dei partecipanti - sezione D - settima parte

Stefano Richaud

UNA LETTERA DALL’AMERICA  

Caro Guido,

            ho conosciuto qualche giorno fa un giovane, italiano come me, che vive qui e spera di fare l’attore. Per ora ha fatto il cameriere. E adesso fa il ballerino in un certo locale notturno. Mi dice che ha già preso parte, con un’onesta comparse, in una pellicola di quest’anno. Si chiama Rodolfo Guglielmi; è di Castellaneta. Dovresti vederlo! Ha lo sguardo che ti passa da un lato all’altro, tenebroso. Mi ha fatto vedere alcune sue foto, che roba! Se tu potessi incontrarlo, penso che lo vorresti per qualche tuo lavoro che abbozzi, lì a Torino. Cos’era? È un San Francesco, che sogni? No, per quello non andrebbe bene. Non ha l’aria del santo. Ma ne avevi un altro, qual’era? Sarebbe ideale per la storia di un bello e maledetto. Di quelli che sono in gran voga oggi. Dicevo per dire!

            Stammi tanto bene. Ti scrivo di nuovo appena arrivo in Argentina. Ti ricordi che vado là? Il tuo vecchio amico,

Modesto

            Gozzano lesse la lettera con interesse, subito dopo colazione. Gli faceva sempre piacere sapere si quel suo vecchio amico partito da Torino per andare a cercare fortuna in America. Aveva lasciato padre, madre, un fratello e due sorelle. Tanto qui la discendenza c’era. Chissà se l’avrebbe mai rivisto? Ora che il suo viaggio in America pareva solo un sogno, sostituito da quel faticoso viaggio in India del ’12, pensava che non l’avrebbe più visto. La cattiva salute lo opprimeva, ormai, più di quel che avrebbe voluto ammettere.

            Per qualche ora non pensò più alla lettera dell’amico e si dedicò a leggere il giornale, La Stampa. Avrebbe dovuto scrivere qualcosina di nuovo per quel giornale, magari un elzeviro o una nota di viaggio, ma non ne aveva proprio voglia. Doveva rimettere le mani alle sue Farfalle. Avrebbe potuto ancora levigare qualche buon verso da pubblicare. Prima o poi l’avrebbe scritto quel poemetto, ma non aveva la voglia necessaria per rimettere mano ai suoi appunti. Gli costava troppa fatica  passare dalle buone idee, dagli abbozzi fulminei al poemetto vero e proprio. Che fatica! In fondo le sue buone idee le aveva avute, perché ritornarci su.

            Con l’occhi fu di nuovo sulla lettera. Si soffermò a guardare il francobollo sulla busta. Di chi era quella testa di profilo? Forse un presidente? Un ero della loro Guerra d’Indipendenza? C’era scritto qualcosa, ma come dalla mano di uno gnomo nano. Non c’era proprio verso di decifrarlo. Riaprì la lettera, che era piegata in tre parti.

            “Un giovane tenebroso”, meditò. Si ripetè in testa: “lo vorresti per qualche lavoro che abbozzi”. “Ma che abbozzo?”, si chiese.

            Ormai la vena lo aveva un po’ abbandonato. Anche il suo piccolo San Francesco era solo un sogno fatuo, fatto di quattro righe su un taccuino. Aveva provato a ridurre alcune sue novelle per il cinematografo, ma non era del tutto convinto del risultato. Modesto non immaginava lo stato apatico in cui versava l’amico.

            “Potrei abbozzare qualcosa di nuovo e poi mandarlo a quel giovane. Sì, qualcosa fatto su misura per quel tenebroso Rodolfo. Certo, ci sono!”, si complimentò con sé stesso, “gli scrivo un soggetto che parli di lui”.

            Con l’ardore che gli mancava da tempo, spazzò la scrivania da giornali, volumi aperti e chiusi, tazze di caffè vuote ed un piattino con due gallette avanzate.

            Titolo: America

            Sottotitolo: … [da vedersi con più ponderatezza]

            Trama: I. Un giovane bello e forte, con lo sguardo fiero e potente salpa su un transatlantico d Napoli per andare a cercare la sua fortuna in America. II. Il giovane, animato dalla speranza di poter recitare, cerca un ingaggio a Nueva York, ma non lo trova, salvo un piccolo ruolo da comparsa, ed è costretto a lavorare come sguattero e poi, con un colpo di fortuna, come ballerino in un locale notturno. III. Persiste con il suo sogno. Incontra una donna americana con la quale ha una storia d’amore travolgente. Si lasciano. Incontra altre donne, ma nessuna è come lei. IV. Il tempo passa e trova un ingaggio come protagonista. Il suo temperamento ed il fascino irresistibile gli procurano l’adorazione del pubblico cinematografico. Le donne lo amano e gli uomini lo invidiano. Il povero emigrante italiano è diventato un divo e

            Gozzano interruppe la stesura. Si asciugò con una mano i rivoli di sudore sulla fronte. Poi si asciugò la mano con il fazzoletto. Come sempre aveva quella sorta d’estasi faticosa, quando scriveva di getto, con il timore di perdere le idee, che gli apparivano come dal nulla, ed il filo che le legava misteriosamente, Riprese a scrivere.

            ora può tornare a far visita alla sua famiglia in Italia. Lui, il più indisciplinato di tutta la famiglia, quello su cui nessuno avrebbe fatto affidamento, tornava vincitore, grazie al suo spirito forte che l’aveva guidato verso il successo. VI. Al suo ritorno in America, però la sua buona stella non l’avrebbe più assistito. Un male oscuro e repentino avrebbe spento l’astro nascente. La sua grande passione americana l’avrebbe cercato, ma non sarebbe arrivata in tempo al suo capezzale. FINE.

            “Proprio un bel lavoretto”, pensò sbeffeggiandosi un poco. Lesse e rilesse le righe scritte. Rimarcò qualche parola che risultava poco chiara, nella grafia, persino a lui che l’aveva vergata. Aggiunse una virgola ed una la tolse.

            “Un’idea davvero originale. Va a cercare la fortuna, la trova. È bello, ma dannato. Trova l’amore, ma lo perde. Ha la fama, ma muore giovane.”

            Lisciò un po’ il foglio e poi stette a fissarlo per qualche minuto. Pensò alle altre lettere di Modesto, quelle dove gli aveva descritto la città di Nueva York. Gli vennero in mente le parole scritte dall’amico al suo arrivo. Le onde dell’Oceano ed i controlli, quando era sbarcato. Più che poetico lo ricordò come avvilente.

            “Chi può interessarsi ad una storia del genere? Nemmeno è credibile…” si disse. “Bravo Guido! Il solito pezzo di bravura languido… Un bel piagnisteo d’oltreoceano! E, poi, come conti di far arrivare a questo tenebroso Rodolfo questo tuo bello scritto? Modesto è partito. Chissà se avrà l’indirizzo? Ed anche se l’avesse, quale studio cinematografico glielo farebbe fare davvero? E, se l’avesse per le mani, non mi direbbe: bella sorte che mi preconizzate? Iettatore!”

            Prese il foglio e lo piegò in quattro. Attirò uno dei pesanti volumi che aveva spostato prima, lo aprì e ve lo seppellì in mezzo alle pagine.

            “Ai posteri!” disse e riprese La Stampa in mano. “Dovrei proprio rimettere mano alle mie Farfalle, non c’è altro da fare”.


Guido Rollandin

IL TESTAMENTO

Quello del Campari non si era ancora visto. Gino aveva voglia di chiudere perché il vento forte e una grande massa di nuvolosi neri minacciavano lo scatenarsi di un temporale fra pochi minuti. Non aveva voglia di bagnarsi attraversando la piazza, ora che il dolore alla tempia si era intensificato, accompagnato da una pulsazione martellante e fastidiosa. Giunse per primo, come sempre, il cane e s’accovaccio davanti alla vetrata. Gino rientrò, girò dietro al bancone e, automaticamente, stappò un Campari, lo versò nel bicchiere e lo porse all’uomo che, fissandolo negli occhi, ordinava:

-         Un Campari, per favore.

Al tavolino d’angolo vicino alla cassa, Rosina scorreva i titoli del giornale mentre Marco terminava il solitario con le carte. Quando quello del Campari, a metà consumazione, pose il denaro sul bancone, Rosina si alzò, andò alla cassa e cominciò a spegnere le luci: prima l’insegna, poi il salone, la vetrinetta della pasticceria. Prese uno scontrino dimenticato da un cliente, lo portò al bancone e mise in tasca il denaro. Gino aveva abbassato e messo il lucchetto alle tre saracinesche grandi e calato un po’ quella piccola. Rientrò con l’asta, si tolse il grembiule e infilò la giacca. Adesso il dolore era più forte e diffuso. Sentiva irrigidirsi il collo e la spalla destra. Le palpebre sbattevano con insistenza.

-         Buona notte – disse quello del Campari e uscì senza ottenere risposta.

Marco posò il mazzo di carte accanto alla cassa e uscì per primo seguito da Rosina e Gino.

-         Domani ti porto l’indirizzo di quel medico di Torino. Dovresti Andarci.

-         Grazie, ma non so se ne ho ancora voglia. Ormai…

Rosina si strinse nel suo maglione:

-         Non essere stupido. Grazie, Marco. A domani.

Prese Gino sottobraccio e subito:

-         Marco – disse – aiutami.

Gino era bloccato e stava scivolando lentamente a terra. Rosina non sarebbe riuscita a sostenerlo da sola. L’intervento di Marco fu pronto:

-         Ti porto all’ospedale: ho la macchina qui.

-         No, non voglio. Poi passa, Portatemi a casa. Va già un po’ meglio, adesso. Sento solo freddo.

-         Devi andare da quel medico.

-         Si, ci andrò, ma ora andiamo a casa

L’appartamento era piccolo e trascurato. Serviva solo per dormirci e par fare il bucato e i conti alla domenica, giorno di chiusura del bar. Marco non c’era mai stato e si guardava intorno, ma senza curiosità. In fondo non si aspettava niente di diverso. In fondo non era diverso da casa sua, dove andava solo a dormire dopo la giornata in fabbrica, i pasti in mensa, la sera al bar di Gino.

Ne aveva frequentati di bar, un tempo. Da poco più di un anno, però, passava tutte le sere in quel bar, con Gino e Rosina che, forse, tenevano aperto solo per lui e per quello del Campari: dopo cena, lì dentro, non si vedeva nessun altro. Un caffè, una partita a flipper, una birra, una partita a carte. Qualche volta un po’ di televisione.

Rosina gli piaceva: biondina, minuta, mai assillante; ma lui con le donne non ci sapeva fare. Gino, malato da tempo, non parlava quasi mai. Spesso sembrava del tutto assente, anche mentre lavorava o giocava a carte. Erano tre solitari che stavano bene insieme. A poco a poco si era stabilita una certa confidenza, discreta, una quasi amicizia. Un paio di volte, Marco era stato invitato a cenare con loro, nel retro del bar. Non una cena da ospite: una cosa semplice, come si fa con un parente prossimo che passa da casa all’ora di andare a tavola.

Gino volle stendersi sul divano, mentre Rosina frugava in un cassetto alla ricerca di un medicinale.

-         La scatola rossa – disse Gino -  due pastiglie della scatola rossa e un dito d’acqua.

-         Forse è meglio chiamare il medico – suggerì Marco.

-         No. no. Passerà. Ormai so com’è. Rosina fai un caffè a Marco.

-         Veramente è ora che io vada, ma non so se faccio bene a lasciarvi così. Rosina se vuoi che ti aiuti a metterlo a letto, poi me ne vado.

-         Grazie, ma penso che rimarrò qui sul divano. Piuttosto tu sarai in difficoltà per tornare a casa: senti come diluvia. Non abbiamo nemmeno un ombrello qui in casa. Potresti dormire qui. Vero che potrebbe, Rosina?

La donna annuì, mentre portava il caffè:

-         Se ti accontenti.

-         Accetto perché non mi sento tranquillo a lasciarti così e io a casa non ho il telefono.

-         Benissimo. Dagli un pigiama. Mettiti comodo.

Quando Marco uscì dal bagno, anche Gino era già in pigiama e Rosina stava sistemando il divano-letto

-         Dormirò benissimo qui.

-         No, io dormirò benissimo qui, Tu vai di là, in camera da letto.

-         E no, non voglio. E Rosina?

-         Cerca di capire, Marco. Ormai ci conosci. Sai come sono malridotto. Rosina… viene di là… con te.

Marco guardò attorno, cercando lo sguardo di Rosina, ma lei stava maldestramente occupandosi della tazza di caffè.

-         Se non ti dispiace, - aggiunse Gino – se ti fa piacere…

Marco cercò le sigarette. Ora era lui che girava lo sguardo. Si sentiva tutto rimescolato. Non aveva mai immaginato una tale situazione. Gino di qua, lui e Rosina di là, nello stesso letto. Nel letto di loro due. Rosina, certo, gli piaceva. L’aveva anche desiderata, nelle sue notti solitarie. Ma questo invito non l’avrebbe mai concepito. E Rosina cosa si aspettava da lui? Forse era una scelta quasi obbligata. O forse anche lui aveva destato un po’ di interesse?

Gino pose una mano sulla spalla di Marco:

-         Sto meglio, ora. La medicina ha fatto il suo effetto, perciò dormirò benissimo. Vai ora, ti aspetta. Buona notte.

Rosina sistemò meglio i fiori nel vaso, mandò un bacio con la mano verso la fotografia, si fece un segno della croce e si alzò. Marco la prese sottobraccio e in silenzio uscirono dal cimitero.

Entrarono nel bar dalla porta del retro. Marco si caricò di una cassa di bibite e andò a completare il rifornimento del banco. Rosina controllò bicchieri e tazze, le tovaglie sui tavolini, le zuccheriere, i cucchiaini e la macchina del caffè. Era tutto in ordine.

Domani il bar avrebbe riaperto, completamente rinnovato. Una cosa sola non era stata cambiata: l’insegna bar Gino. Forse, un po’ alla volta, sarebbero cambiati ed aumentati anche i clienti. Chissà se, alla sera, sarebbe ancora tornato quello del Campari.


Franca Ronci

IO E IL MARE

Sono la più piccola di due figlie femmine, con tutto quello che comporta essere il secondo figlio.

Sicuramente più viziata di mia sorella, sono però sempre “venuta dopo” sia nelle attenzioni che nelle decisioni da prendere. Molto delicata di salute, il medico mi prescriveva ogni anno un mese di mare che, per me rossa di capelli e con la pelle bianca e lentigginosa, si trasformava sempre in un mese di torture e di angosce.

            Fino a quando, con la mia maggiore età, il mio fisico ha deciso di reagire e, insieme alla notizia che la mia tortura marina non era più necessaria, sono arrivati i miei primi scarponi da trekking.

            Era l’estate dei miei 18 anni: ero felice e mi sembrava di essere padrona del mondo. Tre settimane sulle Dolomiti, sola, libera di mangiare o no, di dormire solo quando il sonno mi rapiva in qualunque posto fossi.

            Ho conosciuto tantissime persone, ho vissuto 4 giorni in una baita pagandomi i pasti in cambio di montagne di piatti da lavare. Ma non c’era la sabbia che ti si infila dappertutto e poi prude, non c’era la salsedine che ti fa uno strato sulla pelle tipo colla e non c’era l’acqua salata.

            Ho vissuto una vacanza da favola con tanto di Principe Azzurro. L ho incontrato mentre arrancavo verso un laghetto alpino: erano già 3 ore che mi arrampicavo e la mia resistenza dava ormai segni di allarme; mi cominciava a saltellare in mente l’idea di tornare indietro, poi ad un certo punto alle mie spalle è arrivato lui, con un passo così elastico che sembrava all’inizio dell’escursione.

            “Ciao, come va? Hai bisogno di aiuto? Acqua o altro?” Non avrei mai ammesso di essere in difficoltà e così, a denti stretti siamo arrivati insieme sulla cima, in “paradiso”. Un laghetto blu notte era proprio lì, prati immensi, un bosco di lato e una baita deliziosa come la casetta dei sette nani.

            Abbiamo passato lì la sera e poi siamo stati insieme tutti i giorni rimasti prima di tornare alle nostre vite e al nostro lavoro.

            Ma era la mia estate fortunata e lui era di Roma, come me; così ci siamo scambiati gli indirizzi e ci siamo promessi di rivederci presto.

            Così fu; ci siamo rivisti il giorno dopo il nostro rientro dalle vacanze, il giorno dopo ancora e così via per 30 anni.

            Abbiamo vissuto insieme per 30 anni nella sua casa… , ma non mi aveva detto, nei giorni della nostra vacanza da favola, che viveva in un posto di mare, ma soprattutto non mi aveva detto che il mare era la sua passione e la sua vita.

            Mi sono ritrovata, io che ho un’avversione totale per il mare, a vivere in una casa costruita sulla spiaggia. Ho vissuto di mare e di pesca ed ho passato giornate intere in barca, con la salsedine che formava quasi una crosta di mare sulla pelle. Ho imparato dallo sciabordio dell’acqua a riconoscere i venti, a recuperare legna che le correnti trascinano sulla spiaggia, a “capire” il gridio dei gabbiani.

            Ora seduta su questo scoglio umido e scomodo, ripenso ai falò sulla spiaggia davanti casa; rivedo gli amici, le chitarre, sento il profumo del pesce arrostito e accarezzo sulla mia pelle la “odiata” sabbia che tante volte è stata il mio letto d’amore.

            Il rumore delle onde sugli scogli mi scuote, i ricordi svaniscono e mi rendo conto che è ora di tornare  casa.

            Strano rapporto tra me e il mare, eppure ora non saprei viverne lontana.