Racconti dei partecipanti - sezione D - sesta parte

Carmelinda Marturana

INCOMINCIARE A VIVERE  

Mi sono svegliata di soprassalto all’alba dal rumore assordante della sirena della guardia di finanza, il gommone che ci ha trasportati fin qui è traballante, mio figlio Rascid è spaventato e si aggrappa al mio braccio, ha paura è frastornato e stanco da questo viaggio allucinante, siamo rimasti accatastati come merce in un angolo per diversi giorni, siamo bagnati fradici e affamati.

Ci fanno salire sulla loro imbarcazione e ci portano in un posto di accoglienza per stranieri, Rascid mi chiede ripetutamente perché ci accolgono con le mascherine bianche sul viso, e mi chiede l’acqua e qualcosa da mangiare, lo rassicuro sulle mascherine dicendogli che qui in Italia è segno di benvenuto.

Dopo le visite mediche e i controlli delle generalità ci indicano una brandina dove sistemarci e ci danno un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua, Rascid è stanco e disorientato, fatica ad addormentarsi ed ha paura che al suo risveglio non mi trovi più, e rimarrebbe da solo i un paese straniero.

Per affrontare questo viaggio ho dovuto vendere il niente che avevo e cioè la casa nel mio villaggio, in Libia la vita tra le guerre e la miseria non era vita allora volevo provare a vivere, presi la decisione con quello che rimaneva della mia famiglia, mio figlio di otto anni, e se riuscivo volevo raggiungere mio marito Omar, in Italia anche se non avevo più sue notizie da un anno, mi sono affidata agli scafisti sapendo che il viaggio poteva anche finire in mezzo al mare, tanti di noi sono ritornati in Libia in bare con sopra dei numeri senza nomi di riconoscimento.

La comunità che ci ospita usa un interprete per dialogare con noi, ci dicono da subito che al più presto saremo rimpatriati, impazzisco a questa notizia, spiego a tutti che ho venduto tutto quello che avevo per arrivare fino a qui rischiando la mia vita e quella di mio figlio, non posso ritornare non ho più niente e nessuno; devo rimanere, trovare un lavoro e soprattutto avvisare mio marito che sono qua in Italia.

Chiedo a una suora di poter fare una telefonata devo contattare mio marito, almeno ci provo, alla mia chiamata risponde il fratello maggiore Amed, mi spiega che Omar era in viaggio per la Germania e che lo avrebbe informato al più presto della mia situazione nel frattempo sarebbe venuto lui per farmi uscire da quella situazione, non so come ma mi promise di risolvere tutto…

Nel frattempo trascorreva il tempo nel campo di accoglienza e i bambini tra di loro giocavano e ridevano spensierati come se non fosse mai successo niente ignari dei pericoli scampati, ognuno di noi aveva una storia simile all’altra tutte accomunate dalla voglia di vivere in un posto migliore, senza guerra, un luogo dove poter far crescere i propri figli.

Il quarto giorno mi arriva un bigliettino da parte di mio cognato che mi dice i tenermi pronta che quella sera e mezzanotte sarebbe venuto per farci scappare dal centro di accoglienza, mi indica un punto preciso, preparo i pochi stracci che avevo, aspetto con ansia l’ora giusta e senza far rumore andiamola punto d’incontro con mio figlio.

Riconosco Amed, aveva tagliato una parte della recinzione, ci indica di fare in fretta in silenzio, i saluti tra di noi a dopo quando saremo in salvo fuori dalla città.

Arriviamo al porto, ci aspetta una piccola imbarcazione, saliamo e partiamo, finalmente mi sento sicura, erano anni che non vedevo mio cognato, ci abbracciamo stretti, Rascid assonnato mi chiede “dove andiamo?” rispondo, con le lacrime agli occhi “raggiungiamo papà”.

Racconto che la situazione politica in Libia era precipitata, la guerra ormai aveva distrutto tutto, scuole, strade, si faticava anche a reperire generi alimentare, temevo per le nostre vite e allora presi la drastica decisione di vendere tutto per un biglietto di sola andata.

Arrivati a terra Amed ci affida a un nostro connazionale, proseguiremo con un furgone insieme ad altri disperati come noi, la meta è una cittadina in Germania dove finalmente avrei riunito la mia famiglia e mentre stringo forte mio figlio al petto inizio a sognare ad occhi aperti, darò un senso a questa vita un futuro sereno con dei diritti a mio figlio, dall’istruzione alla gioia e la spensieratezza tipica della fanciullezza che gli è stata negata, almeno ora posso sperare di cominciare a vivere.


Stefania Mereu

PICCOLE MERAVIGLIE IN TINTA SU SFONDI SMERALDO

È appena nata l'alba di un giorno, già caldo, di giugno.

Quel luogo è immerso di luce brillante che la rugiada lacrima su fiori odorosi, foglie, rami e fili d'erba. Così, un piccolo angolo di mondo diventa protagonista di una realtà, dallo sfondo smeraldo, che sembra vestita da favola.

Mantysia l'ammira per la prima volta. Eppure solo le verdi foglie vicine alla sua ooteca l'affascinano più di altri colori che ha intorno. Ha appena mutato il suo stato di larva e sa che accadrà un piccolo miracolo! Il verde di quel bosco s' impossessa irrimediabilmente dei suoi occhi e così i tegumenti si intingono del colore che ha scelto. Ecco che l livrea diventa ancora più verde di quelle foglie che ha dinnanzi. Le eleganti movenze accrescono la bellezza, appena fiorita, della piccola mantide religiosa. È rimasta sola, come per ogni miracolo che si rispetti. Tutto sembra fermo e allo stesso tempo i rumori che sente, compreso il sibilare del vento, la costringono a osservare incuriosita ciò che le si muove attorno. Dedica, ancora compiaciuta, uno sguardo al suo bell' abito color smeraldo. Si sente bella, ma già potente, agile, forte. Una femmina fascinosa che diverrà anche violenta e spietata. Questo sarà e non potrà mai più lasciare il luogo che ha scelto per vivere. Il suo mondo, predominante di verde, sarà l'unico orizzonte visibile, se vorrà sopravvivere.

In lei è già insito un istinto bestiale, un codice impossibile da non praticare: ha voglia di prede e deve averle. Lei può, è giovane, già forte, capace, veloce e ogni giornata che passa è una conferma. La caccia di prede diventa una missione costante. 

Un afoso pomeriggio ne individua un'altra. Oh, sì! Il digiuno è da far tacere sopra ogni cosa! Pensa.

La coccinella non si accorge della sua presenza. Così, con fierezza innata, Mantysia si erge sul torace, piega da un lato le tenaglie; le ali, che aperte sono tripudio di colori a raggiera, dal nero all'arancione, sono stese come fossero bandiere da guerra.

Le fa vibrare incessantemente producendo un rumore assordante; la piccola preda ha paura, non ha quasi tempo di realizzare che la fine è li che attende impietosa. La coccinella si lascia uccidere senza opporre alcuna resistenza. Come se fosse pietrificata si dona alla morte.

Così passano altri giorni d'albe traslucide e notti chiarificate dalla Luna. Mantysia muta ancora e ancora. Si ciba, acquisendo una forza sempre più crescente come il suo corpo, che si erge elegante in posizione di preghiera mentre aspetta paziente altre prede.

È una mattina caldo umida d'agosto, quando Artrophos la nota per l'ennesima volta. Osserva la femmina che ha prescelto: è perfetta, seducente, elegante, mentre si asciuga la bocca con le zampette. Capisce che lei ha catturato e già mangiato una grossa preda perchè l'addome è visibilmente gonfio; la intravede, attraverso il fogliame smeraldo che fa da sfondo, mentre sta bevendo le poche gocce di rugiada che ancora imperlano i fili d'erba, prima che esse cadono, assorbite dal terreno. La luce del sole la illumina generosa: deve averla. L'istinto non gli permette di farsi notare e la segue tenendosi a distanza. Mantysia ora è stretta a un ramo, si guarda intorno, torcendo il collo a trecentosessanta gradi. Le dimensioni di Rtrophos sono più piccole di circa un terzo. Anche per questo motivo deve essere guardingo e muoversi con cautela per non finire tra le sue mortifere tenaglie. Millimetro dopo millimetro guadagna terreno non facendosi scorgere da lei, neanche per una frazione di secondo. In quel caso sa bene che per lui sarà morte certa. Poi, con un balzo improvviso le sale sul dorso, le tenaglie si stringono al torace di Mantysia e le zampe posteriori di lui si avvinghiano all'addome.

Amore e morte si fordono in un gioco terribile solo per Artrophos. Se sarà ancora abbastanza prudente potrà portare a compimento quell' atto, altrimenti sarà la fine. Forze impari caratterizzano però quel gioco d'amore. Ma astuto e calcolatore si rivela contro la forza dirompente di lei. Anche il tempo, lunghissimo, è dalla parte di Mantysia e lui sa che non deve perdere la concentrazione, pena la morte.

Fulmineo, in un insperato di sopravvivenza, si stacca da lei volando e appendendosi al ramo di un vicino arbusto. Non è un codardo ed è per questo che, a una minima distanza di sicurezza, decide di non scappare. - Fammi andare via. - le dice. - So che puoi ancora uccidermi, ma sai bene anche tu che questa non è sempre la legge. Ti ho osservata per diverse albe nascenti e fino a che la luna arrivava a illuminare questo bosco. Ti ho vista catturare le prede che avevi deciso di far diventare il tuo pasto. Hai un corpo perfetto, forte, anche rispetto al mio. Se mi risparmierai farai di te una mantide speciale. Di quelle che possono decidere anche di non togliere la vita a chi la vita ha contribuito a donare.

-Lo so! Ed è per questo che non ho fatto della tua testa il primo boccone del mio pasto! Sono ancora sazia della cavalletta che avevo appena mangiato e prima ancora ucciso, senza ritegno, con la massima violenza. Ah, lo debbo riconoscere, sei stato davvero furbo. Ma prima che il digiuno prorompa ancora dentro di me, scappa. Più veloce che puoi e prima che io cambi idea e mi cibi di te. Qualcuna di noi ha già cambiato la sorte di chi l'ha fecondata. E voglio essere una di queste. Ti consiglio di andartene di fretta, prima che scada il tempo e mi possa nutrire velocemente di te, per placarmi la fame.

In un balzo sicuro Artrophos si allontana ancora di più da lei. È ancora vivo, tutto intero e quasi non ci crede.

E pensare che per lui era la prima volta. Giovane e scaltro sa che lo aspettano poche albe ancora e, forse, altre femmine da conquistare. No vede sosta: via da lei il più lontano possibile. Il volo che l'allontana da Mantysia è un miracolo raro.

Lui sa quanto la vita sia meravigliosa, ma breve. E vuole andarle ancora incontro.


Tiziana Monari

MATILDE

È una terra remota il Cile, è quella striscia sottile in fondo all’atlante accarezzata dalla barba del mare, il posto finale di tutte le dotte, quattromilatrecento chilometri di colline, vallate, laghi e mare. È un luogo affusolato come un’ isola, separato dal resto del mondo dal deserto dell’Atacama, una terra secca e lunare che in primavera, dopo le piogge indossa un manto di fiori, diventando colorato come i girasoli di Van Gogh, e dalla Cordigliera delle Ande, imponenti montagne di rocce e nevi perenni. Il resto è baciato dalle lunghe onde dell’oceano pacifico, dai sospiri di centinaia di vulcani, da fruscio di splendide cascate.

 Il sud è fustigato da venti inclementi, da nebbie lattiginose. In un labirinto di fiordi, isolotti, canali, sorgono piccoli paesi da fiaba, di un candore infinito. Rio Negro è uno di questi paesi. Aspro e orgoglioso, spunta in un intrico di lande e ghiacciai, di gelo e solitudine infinita. Poche case di legno e mattoni, un piccolo cimitero, un freddo duro come un cristallo. A volte si racconta che qui l’acqua geli nei bicchieri. Per le strade vagabondano i suonatori di organetto avvolti in caldi mantelli di pecora, e i bimbi d’estate vendono sacchi di mele cotogne agli angoli dei crocevia. Sono arrivata a Rio Negro una sera d’agosto di qualche anno fa, era sera e l’ultimo traghetto che collegava questo paese alla terraferma era già partito. In cielo solo nuvole di panna che si stavano scurendo, nessun albergo, nessuna locanda, solo una casa piccola e sonnolenta, decrepita per l’uso  e l’abuso, che dava camere ai turisti. Sul lato posteriore un orto incolto, una confusione di legna secca e catini, e un camino che fumava placido. Una casa da vedere con gli occhi del cuore, povera e dignitosa.

Matilde ne era la proprietaria, una vecchietta dall’età indefinibile, il volto segnato come una carta geografica, sospesa nella luce gialla del crepuscolo. Un donnino che sembrava fatto di briciole di pane. Bassa di statura con le gambe corte, la pelle scura, gli zigomi sporgenti. Mi ha fatto entrare in quella casa dove di notte per andare in bagno bisognava uscire con la lampada e fare i conti con il vento sferzante e un gelo che spezzava le ossa. Mi ha offerto un infuso scuro con un po’ di zucchero e per cena quello che bolliva in pentola: una zuppa, del pane con il burro e del formaggio. Gli ambienti erano riscaldati da una enorme stufa a legna accesa giorno e notte, un libro, Anna Karenina, faceva capolino su una mensola accanto a una pianta fatta di fiori di plastica. Sono rimasta affascinata da questa vecchietta che viveva con il sorriso in una casa in cui il degrado procedeva in modo inesorabile. La polvere si accumulava in piccoli mucchi, intonaco si sgretolava, il vento passava dalle finestre e dai vetri rotti. Ho dormito in una stanza piena di scarpe, di pantofole, di piatti e bicchieri scheggiati, rimboccandomi le coperte fino al mento, umide e profumate di fuoco. Alla mattina sono stata svegliata da un cagnolino dal muso appuntito, col pelo corto e ispido, dal colore indefinito, rassegnato alle vicissitudini della vita come la sua padrona. Una colazione buona come un bacio, composta da pane bianco fresco e da una leccornia tipica del Cile: il dolce di latte, fatto con latte, zucchero, scorze di vaniglia e un limone aromatizzato. Si dice che questo dolce venga preparato in enormi paioli e mescolato in continuazione con un lunghissimo cucchiaio di legno. Il risultato è una crema spumosa quasi divina.

Corre voce che in Cile si cerchi di dimenticare il passato, le generazioni più giovani fanno finta che la storia sia iniziata con loro, pesa una vergogna collettiva per tutti gli orrori che sono successi durante la dittatura, la gente vive in povertà ed è troppo occupata ad arrivare alla fine del mese per lasciarsi coinvolgere in discussioni politiche. Vige l’omertà e il silenzio. Ma Matilde aveva ricordi dai contorni precisi, insicurezza, paura, povertà e voglia di raccontare la sua solitudine. Dovevo ripartire da Rio Negro la mattina stessa. Sono rimasta per una settimana ad ascoltare la sua storia, fredda come i crepacci all’ora della sera. Il suo racconto narrato attorno al fuoco, il volo di una rondine sulle barbarie e la crudeltà degli uomini.

 Matilde era nata negli anni trenta a Santiago, una città fondata da soldati con le spade e il sangue secondo la classica planimetria delle città della Spagna. Una piazza d’armi centrale dalla quale partivano strade parallele e perpendicolari che si diramavano ovunque. Una città, a quel tempo, dal cielo chiaro dove si poteva godere dello stupendo panorama delle Ande innevate. Le estati erano lunghe e secche, coperte da un pulviscolo giallo, gli inverni rigidi e nevosi. Matilde era nata tra le nuvole di fumo, andando di fretta, sentendosi un po’ estranea alla propria famiglia. Era cresciuta nella normale infelicità dell’infanzia, scorrazzando in bicicletta per strada. Timida, orgogliosa, incapace di adeguarsi a tutto ciò che gli altri consideravano normale. Qualche vacanza a Uyuni per vedere il deserto di sale e i fenicotteri, piccole pennellate rosa in un mare bianco come la neve. Qualche viaggio in treno a Quattromila metri d’altezza nel mezzo del silenzio puro e incontaminato delle Ande. E da adolescente una visita all’isola di Pasqua, Rapa Nui, l’ombelico del mondo e alle sue enormi pietre vulcaniche. Fu qui che conobbe Carlos un uomo dai baffi lunghi e dai capelli neri che divenne suo marito. Un viaggio di nozze accampati sotto le stelle dell’Argentina, avvolti da pesanti coperte di lana di pecora con la sella per cuscino, a sorseggiare mate, solcando le acque incontaminate dei laghi che riflettevano il profilo dei vulcani innevati, valicando strade pullulanti di contrabbandieri, masticando tabacco e amore. Poi un figlio in mezzo a quella nuda bellezza dell’esistere. La sua condizione di figlia che si infrangeva diventando madre. La debolezza che si trasformava in coraggio, il bianco dell’ospedale che diventava il bianco della neve. E sere insieme a lui che sembravano lavate a mano, tanto erano nitidi i particolari del suo piccolo corpo, risplendente come oro bianco. Il suo sonno con le ciglia lunghe e scure, la pelle secca e rosea, i piedini ritti ed immobili. Il tempo scorreva determinando la sua esistenza, poi all’improvviso l mondo si fece selvaggio.

Quando ci si abitua all’orrore non lo si vede più, è lui che ti fa perdere il senso di tutto.

 La cosa peggiore che ha la morte è il suo odore, quel tanfo di sangue animale versato, di malattia, di disfacimento. La paura mortale che il corpo apprende quando sa di essere alla fine, mentre la mente ancora spera. L’11 settembre 1973 portava con se l’odore della morte. L’oppressione della paura umana. Salvador Allende muore, o come dicono alcuni si suicida nel palazzo della Moneda. Prende il controllo del paese con un colpo di stato la dittatura militare del generale Pinochet. L’ingenua immaginazione della realtà di Matilde salta in aria, il golpe si riversa nel suo sangue. Il gorgo dell’orrore la inghiotte. Il marito e il figlio scompaiono misteriosamente, il dolore si addensa e si indurisce. Entra dentro, si può tastare quasi sotto pelle. Tutto si fa sfuocato, un insieme di immagini slegate, la memoria turbina in inquiete speranze, al non voler credere alla realtà. La città diventa un assedio di soldati, di camionette, di odore di olio lubrificante. Un territorio circoscritto nel quale regna la morte. Un regno di crudeltà dove le norme del vivere civile vengono sistematicamente violate.

 Matilde si raggomitola intorno a una coperta sporca, mentre respira la polvere in quella stanza nella quale un tempo aveva vissuto felice. Si gira e si rigira nel letto sfatto. La casa è stata saccheggiata, ridotta a uno scheletro, i fili della corrente sono stati divelti, mani umane sono entrate profanando ogni cosa. Ci sono cose che non si possono descrivere e ci sono notti senza sogni. E giorni che sembrano quasi un regalo quando si riesce a trovare pace in fondo a un cuore che non c’è più.

 Piange Matilde quando mi racconta del suo girovagare nel Sudamerica, cercando la città delle occasioni, con nella valigia solo i ricordi della vita passata. Scendono lacrime calde dai suoi occhi quando mi parla del suo viaggio su un treno che attraversava a passo di lumaca l’Atacama  per raggiungere la sorella in Bolivia. Le labbra che si screpolavano fino a sanguinare, le orecchie che ronzano, la pelle che si disidratava per il freddo e l’altitudine. Anni trascorsi a fare la donna di servizio in una famiglia strampalata, dormendo in una stanza piena dello scricchiolio dei tarli e del tramestio dei topi. Un cartone macchiato che faceva da materasso, una tavola sospesa su latte vuote che fungeva da tavolo, una coperta stinta piena di pulci per difendersi dal freddo. Giorni malfermi, instabili, appoggiati al cielo come i fili di una ragnatela. Sere passate a rammendare per i ricchi, succhiando il filo per tentare di infilarlo nell’invisibile cruna dell’ago. Una vita priva di radici, poi i capelli che si facevano crespi e brizzolati, il sorriso timido e una piccola casa a Rio Negro. Il ritorno in Cile, il luogo in cui tutto era incominciato. Nelle tasche il ricordo di una battaglia persa, la voglia di ricostruire la cartolina di un mondo mai esistito, purificato, scrostato da ogni dolore.

Matilde mi ha regalato la sua storia, la sua tragedia, la sua memoria in un labirinto in cui i fantasmi sono ancora in agguato. La sua pace delirante, se pace può essere, la sua luminosità tutta speciale. Quando sono partita da Rio Negro pioveva, i capelli candidi di Matilde, le sue vesti scure sono diventati un puntino lontano, i suoi occhi delle piccole fessure. L’estate si stava spegnendo come una piccola bestiola ferita, quando ho preso il traghetto per Puerto Montt relegando Matilde al mondo dei sogni.