Racconti dei partecipanti - sezione D - quinta parte

Paolo Lezziero

L’ANGOLO DEL DONI

Stavano stravaccati, lui e la sua pancia, su una sedia, forse la più robusta, nel baretto – tavola calda. E il barista gli si era appoggiato sopra con le due mani, e “ siamo al quarto mese, al quarto mese”, aveva detto con una nocetta stridula, ridacchiando in piena sintonia col padrone della pancia. Il quale, beato davanti alla sua bevanda e con la testa indietro, non si era certo offeso e sembrava distratto, ma poi si era accorto del nuovo cliente appena entrato e guardandolo sopra la testa del cameriere, … “Uè, Carlìn, disse, te me cunùsset pù?” gli aveva sussurrato, con la voce molle ma virile dell’uomo robusto. A sun mì, el Doni.”

Era quello dell’asilo, di tanti anni fa, che a mezzogiorno e all’ora del pasto andava a fregare il pane alla zia che gestiva la mensa e lei tirava colpi duri sulla zucca dei due nipoti Doni ma mentre pestava uno, l’altro rubava il panino e poi scappava e lo offriva a tutti.

“Cosa fai qui”, gli aveva detto Carlìn, che, imbarazzato, dopo tanti anni non sapeva più cosa dire ma sapeva che i Doni abitavano dalle parti di S. Alessandro a Monza, ma poi non li aveva più visti, la vita aveva bussato e poi se ne era andata e ognuno l’aveva seguita come poteva, chi alla scuola, chi al lavoro precoce.

“Cum’è” gli aveva risposto l’antico compagno di asilo, abito qui, a Monza, nella tua città, anzi qui sopra il Bar, dove il palazzo fa un arco, sto al terzo piano.”

“Famiglia?” aveva ribattuto Carlino, che voleva ormai sapere tutto.

“Ho una figlia grande, andata e avevo una moglie, scappata via da qualche anno…”

“E come mai?”

“Ma, a un certo punto” a ghe girà i madònn, era stufa, e allora io, vai vai, gli ho detto, vai se vuoi andare, io mi arrangio e vado a ballare da solo…”

E intanto, alzando un po’ la pancia, “un caffè, vuoi un caffè, cosa vuoi che sia…” offriva il Doni.

“Ma si, certo, aveva risposto Carlìn e si era appoggiato al bancone del bar.

E mentre bevevano il caffè il Doni cominciò a raccontare. Della zia cuoca dell’asilo, che era tenuto dalle suore e anche tra loro c’erano le buone e le cattive. Lui, che non aveva un nome perché il Carlino non gliel’aveva mai chiesto, veniva dal vecchio palazzone con grossa corte a S. Alessandro e dunque lì vicino, molti altri ragazzi e ragazzine venivano anche al di là della ferrovia, quella che arrivava alla stazione di Monza, e le mamme avevano paura perché c’era lo stradone pieno di macchine da attraversare e poi il passaggio a livello. Spesso, più avanti negli anni, alle elementari, passavano sotto rischiando il transitare del treno oppure buttavano la cartella pesante di libri sui carretti e i carri dei contadini. Solo che una volta un carretto accelerò e la cartella dell’Angelo rischio di volare verso Monza ma più che altro…” cosa dirà la mia maestra”, diceva piagnucolando. Furono il Giacomino e il Silvano a urlare e raggiungere il carretto che filava forte.

Il Doni ricordava queste cose dell’infanzia e trovarsi lì passati i sessanta era un po’ imbarazzante e doloroso ma era anche bello raccontare delle partite a calcio con quelli del Gaslin, che allora erano i picchiatori per scelta. Gente che viveva in due locali e cesso fuori e magari erano in sette otto in famiglia e avevano sempre dentro la rabbia del povero che stava male e si vendicava picchiando. E appena passavi via, rasentando la loro corte e aspettando il suono della campanella dell’asta sui binari che si alzava lentamente, i Rusìn e il Toletti e qualche Viscano erano seduti davanti alla cooperativa e ti adocchiavano subito, e lì era la loro zona e qualche volta ti scazzottavano per stabilire il dominio. “Va là. Va là in del prèt, pirla” urlavano quando qualcuno andava all’oratorio e il passaggio per li era obbligatorio. Perché lì c’era anche la sede del vecchio Partito Comunista e i nomi dei quattro Martiri massacrati in montagna dai fascisti.

Il Doni invece abitava già oltre quel passaggio obbligato e quindi non aveva rogne con quelli della corte del “Gaslin” perché una volta fuori dal loro palazzone e lontani dal loro portone cambiavano ed erano meno aggressivi.

“E il lavoro?” continuò Carlìn. “In pensione, credo come te, un sacco di anni al Corriere al reparto spedizioni. Poi ho sempre seguito mia figlia a scuola, sono stato anche il responsabile dei genitori della sua classe E tu?

“In pensione anch’io”, rispose in fretta Carlìn.

Poi Carlìn era mancato per puro caso un mese dalla città, era andato in giro e dal baretto era passato molto tempo dopo. E guardando da fuori vide subito uno spazio libero verso il muro che prima non c’era mai stato, e la sala sembrava diversa nelle sue dimensioni e nel disegno.

Era l’angolo del Doni. Coni tavolino e la sua sedia. Lui non c’era e nemmeno la sua pancia, mancava la tazzina di caffè e c’era un’idea forte di solitudine, e la sedia che reggeva da anni il suo peso era sola e sembrava una cosa strana, ma nessun cliente si sedeva lì, come se tutti sapessero, anche gli estranei della via, che quello era l’angolo del Doni, e la stessa proprietaria, con molta discrezione faceva sedere i clienti negli altri posti, come se il Doni dovesse tornare all’improvviso.

Adesso quell’angolo sembrava piccolo, morto, insignificante senza la sua presenza, la sua umanità enorme ma viva, con quel suo sorriso dolce e beato che emanava calma e tranquillità, anche se lui era ormai solo, e la sua famiglia si era dispersa come i camion pieni di giornali inviati in tutta Italia e quella nuova era lì, in quel buco di bar. Formata da quelli che entravano per un veloce cappuccino o per le due chiacchiere, specie se anziani, per tirar sera. O per mangiare un boccone veloce.

E a proposito, “dove era finito?” si chiedeva preoccupato Carlino.

“È all’ospedale da un mesetto”, aveva risposto la padrona, mangia e mangia aveva i reni come due eliche, a furia di lavorare pulendo il suo sangue intasato di grassi, ma lo stanno curando bene, si sta riprendendo, ha perso chili…”

Poi era tornato. Un po’ pallido, dimagrito, si rivedevano i muscoli una volta coperti dal grasso, il sorriso veniva da un volto scavato ma ancora florido, era contento di aver ripreso possesso del suo angolo, della sua sedia, della sua tazzina di caffè. Anche il bar sembrava aver ripreso il suo equilibrio di spazi giusti, senza più quel buco dovuto alla sua assenza. Chi entrava adesso era subito attirato dall’antica presenza, nell’angolo di destra, e dal saluto o dalle battute del Doni, che aveva riacquistato salute e quindi buon umore.

E Carlino lo aveva beccato un pomeriggio che si fece l’aperitivo alcolico, cosa che gli faceva male, dato che era appena guarito. Ma non gli disse nulla.

“Mi siete mancati tutti. L’ospedale non era male…Però si mangiava poco”.


Elisabetta Lorenzino

C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta. è così che iniziano le favole, quelle tabulazioni catartiche in cui la realtà viene mascherata da un velo di Maya tessuto di metafore, in cui le più ataviche paure vengono messe in gioco, come nel sogno, sotto falso nome, in modo da poter essere sfrontate e sconfitte dai buoni valori etici, impersonificati dall’eroe, in grado di salvaguardare il mito salvifico che alla fine sia il bene a vincere. E così tranquillizzati possiamo lasciarci andare a credere che la vita sia il bosco incantato delle favole e non la crudele jungla che vogliamo rimuovere con ostinazione pari alla sofferenza che spesso essa procura. Dunque anche questa confessione assumerà una veste più rassicurante, divenendo idonea ad essere raccontata ed inizierà così: c’era una volta una principessa felice, nata sotto buoni auspici, alla quale il re suo padre aveva dischiuso il magico mondo della conoscenza, invitandola, sin da bambina, ad indagare ciò che si nascondeva sotto l’apparenza delle cose. Era cresciuta così, fiduciosa nel mondo, vulcanica, piena di energie, La regina sua madre non approvava una tale educazione, secondo lei le bambine avrebbero dovuto stare composte a svolgere giochi rituali, guardando il mondo un po’ da lontano, allenandosi ad ottenere ciò di cui si aveva bisogno per interposta persona, dal momento che il femminile consisteva nell’affinamento dell’arte della manipolazione. La piccola principessa non voleva ascoltare ragioni, il mondo del padre era più affascinante e lei era molto intelligente così da apprendere velocemente  e da sviluppare una curiosità senza fine. Era bella, affascinante e simpatica. Così come in tutte le favole un giorno compare sulla scena un brutto orco, in questa favola gli orchi erano addirittura due, uno più giovane ma uno significativamente  più anziano, conquistati dall’ esuberanza della piccola principessa. Gli orchi sono orchi, non hanno coscienza, vivono in preda ai loro bassi istinti, perciò non pensarono a ciò che la bambina potesse provare durante i loro perversi giochi, pensarono a se stessi e al loro piacere, convinti che quello fosse il piacere universale. Gli orchi presero d’assedio la bambina che fu incapace di difendersi, fiduciosa com’era del mondo. La principessina cadde vittima della passione malata dei due orchi, soprattutto quello più anziano, non provò dolore, anzi, il suo corpo le rimandava una strana sensazione di piacere, ma la sua anima non gioiva, sentiva uno strano odore, acre e pungente, l’odore della perversione, del contesto sbagliato, del gioco di emozioni fuori luogo, non adatto alla sua sensibilità, non voluto, subito. Sopra tutto l’angoscia della costrizione, la diaclasi fra il piacere del corpo e la sofferenza dello spirito, la vergogna, il senso di colpa. La responsabilità di quello che era successo era sua, bisognava nascondere tutto, non parlarne a nessuno, cercare di dimenticare, chi le avrebbe mai potuto voler bene dopo la vergogna del piacere rubato? Aveva ragione la grande regina e torto suo padre, il re: non bisognava esporsi, mostrare al prossimo la propria voglia di vivere. La felicità è un dono immenso, è espansione, è capacità di volare liberi, senza ali, è scomporsi e ricomporsi, bellissimo, ma bisogna essere in grado di sopportarne le conseguenze, la piccola principessa non era più in grado di essere felice, ora cercava la tristezza, perché quest’ultima ricompattava i pezzi della sua esistenza, li teneva uniti, era un rifugio, come una coperta calda e in quel rifugio nessuno entrava, era al sicuro, sola ma al sicuro. La piccola principessa non fu per molto tempo più felice, aveva imparato a difendersi dagli orchi, ma odiava tutti li uomini perché non avevano cuore ma solo una fede cieca nei loro spermatozoi, erano ad uno stadio di sviluppo così basso che si faceva fatica a distinguerli dalle bestie che come loro vivevano di istinti. La bambina divenne donna, ma non viveva veramente, era nascosta in una tana da dove osservava gli altri, lei agiva solamente nel suo fantastico, nella sua immaginazione, ferma e immobile in modo che nessuno potesse accorgersi di lei. Ma come in tutte le favole anche in questa compare il bene nelle vesti di un grande mago guaritore che le insegnò i misteri più profondi dell’animo umano. Le insegnò ad avere compassione delle malattie altrui e a ritornare alla vita col perdono. Poteva essere ancora felice, riprendere a volare e ad espandersi se solo avesse abbandonato la tana in cui si era rinchiusa, la tana del dolore. Il problema era convincersi di essere in grado di gestire la propria vita e di meritarsi il rispetto degli altri: non era impura era una donna brillante e colta che pretendeva di vivere. Ma ancora oggi qualche dubbio rimane, la paura dei contesti sbagliati, delle emozioni inadeguate, una generica sfiducia nel mondo maschile, così ottuso e pieno di sé, così cent aurico, incapace spesso di cogliere l’umanità in coloro che stano loro di fronte, volti all’aggressività, agli ormoni violenti, ai pregiudizi, piccoli uomini che non hanno equilibrio e personalità, che pensano che essere grandi e coraggiosi vuol dire opprimere i più deboli, vili ed infami. Ma il grande mago è ancora al fianco della nostra protagonista e siamo sicuri che riuscirà a far cadere le ultime resistenze e a far palpitare ancora un piccolo cuore che soffre ancora, un giorno non lontano potremo chiudere questa favola come si conviene, la principessa visse felice e contenta nel suo regno magnifico.


Stefano Luti

PULCINELLA DI MARE

Non si udivano che pochi lontani rumori, echi del vicino villaggio. Lo stretto sentiero costeggiato d'erica, conduceva serpeggiando, sino alla sommità della scogliera ed i pensieri d'un uomo, lo stavamo percorrendo.

Dietro ai pensieri, l'uomo e la storia: una lunghissima fila snodata, di giorni passati e osgni spezzati.

Folate di vento impetuoso, cercavano far arretrare i suoi passi, ma la volontà dominava anche la rabbia del vento.

Non vi era stata la pioggia, dolore o delusione, a impedire l'ascesa, ogni sera al calar del sole, imbrunire di cielo e rinascita di speranza. E così, da tempo assai lontano.

L'uomo giunse in cima alla piccola altura, con lo sguardo che poteva spaziare l'oceano: distesa ondeggiante, specchio di luce e colori di nuvole, sfumate nei toni di porpora, d'oro e d'argento.

Voltandosi, carezzò con la mente i declivi sempre più in ombra. Vicino a lui, un albero spoglio, i cui rami gemevano sotto gli incessanti soffi d'oceano. Seppur ricurvo e martoriato, il tronco poneva resistenza e protezione, com'estremo baluardo, ad un tumulo di pietre, catasta di roccia e di ricordi. Come sempre l'uomo contemplò la  propria opera, semplice, ma dove giacevano la sua vita e la sua anima.

Si rivide ansante, nella fatica del momento, strappare alla terra, le dure figlie, scure e pesanti come lo strazio di quei gesti. Poste una sull'altra, le pietre della memoria, erano per lui e per lui e per gli anni a venire. Incastrata sulle somminità del tumulo, una croce, celtica come gli antenati di colui che l'aveva scolpita.

Poi si pose nel bilico del vuoto e nel rischio di morte, cadere nei gorghi d'onde sbattute e viscide rocce splendenti. Non vi era paura, perchè ancora più forte, il terrore del silenzio e della solitudine, l'angoscia del nulla ed i battiti del cuore, come secondi di un tempo senza luogo.

Dopo aver deposto il fardello che portava sulle spalle, si pose alla ricerca di legna asciutta ed accese un fuoco. Non fu facile. Il vento si era alzato ancora più forte e le lingue di fiamma volteggiavano come in preda ad una danza spiritata.

Guardò il fuoco e ne sentì il calore. Era piacevole e contrastava con l'aria sempre più fresca. Si attenuò anche il senso di vuoto e di paura che sempre lo accompagnava sino a quel momento.

Il fuoco... l'amico.

Il fuoco... la presenza.

Lui, accanto al fuoco, era lì.

Dinanzi, lungo la traccia d'orizzonte, tenue separazione nel magico cerchio d'acqua e di cielo, tre isole: lontane, acute e nere, piccole e scoscese, impervie e disabitate.

Solo tre scogli, tre nomi sul mare, tre tele dipinte di verde, d'ali e cobalto.

Aveva un dono per l'oceano, per le isole e l'istante in cui il giorno arretrava di fronte la notte, incombente inarrestabile.

Attese che il vento ponesse silenzio al suo infuriare e quando tutto fu pace, con gesto deciso gettò i fiori, intrecciati a ghirlanda. Le sue stesse mani vi avevano lavorato e nella sua caduta di quell'offerta, sentì che anche lui, stava precipitando e disperdendo, fra le corolle ed i petali.

Le acque accolsero quei frutti della terra, e li fecero danzare, come parte di loro.

In un attimo tutto parve immobile e fu allora che l'uomo, in quel singolo istante colmo d'eterno, diede voce al lamento.

Fu richiamato di suoni e di voci, di cornamusa e di fiato, alito perso e vagante, come vedere senza guardare, con occhi gettati di onda in onda, di vento in vento.

Richiamo d'antico, le ore e i minuti erano scolpiti nei secoli nei secoli, melodia d'amore, come ponte di note sopra i marosi e le ombre lunghe d'un sole calante, preludio di notte, speranza d'incontro.

Suonava e poneva lo sguardo dentro ed oltre di sé.

Conosceva le piccole isole.

Skelligs...

Quello era ed è il loro nome.

Sullo scoglio maggiore, solo un monastero, diroccato dominio di fede affidato allo spirito d'uomini antichi. Erba ed uccelli l'unica vita, ma lui, l'uomo e lei, sogno, si erano incontrati lì: alle falde del cielo, scalinata di roccia, deturpata vertigine.

Ora l'uomo modulava lento, quasi l'unica nota della sua cornamusa.

Quanti giorni e quanta delusione, tornare alla villaggio, rifare la strada, discesa silente, l'abbraccio di tenebra.

Ora, tutta l'aria era invasa di quei suoni, che si riflettevano in ogni goccia d'oceano, penetrandovi sino alle profondità più fredde ed oscure.

Un unico fremito: la terra partecipe dell'uomo, il cielo calato sull'acqua. Unico, come unica è la vita.

Comparve dal nulla. Leggera come il vento che la sorreggeva.

Una pulcinella di mare si spingeva verso l'uomo, ora lenta da sembrare immobile, ora fulmine ad ali spiegate.

Lui ebbe un sussulto, ma non smise quel suono. Dopo tanto attendere, finalmente possedeva la risposta. La pulcinella di mare lo chiamò e lui le rispose: dialogo muto, colmo di sospese parole. Quando lei fu quasi accanto a lui, gli vennero in mente alcuni versi, scritta profezia, allora solo dolore abbracciato al desiderio: "...sarà l'incontro/ squarciate nebbie/ vedrò i tuoi occhi/ solcare la scia/ seguire vicino,/ ancora una volta/ sin quando domani/ anchio sarò,/ anima in volo/ pulcinella di mare,/ uguale a te".


Silvio Madonna

UN GIORNO VERRAI

La vedo apparire racchiusa in un pigiama color perla: dorme, non può vedermi, tanto meno infastidirsi della mia inattesa presenza. Che oltre ad essere tale è addirittura oltraggiosa: non la conosco, non mi conosce, non posso essere così in intimità da spingermi sino al suo letto, approfittando del chiarore lunare che traspare dalla finestra lasciata socchiusa sul mare agostano.

Non ricordo il come, ma so che ora sono lì: finalmente a guardarla, dopo mesi, forse un anno, che la immagino soltanto.

Raccolta nella sua piazza e mezzo, con il lenzuolo di lino scomposto a metà tra il materasso e il parquet, il cuscino arricciato sotto la testa, avvinghiato stretto quasi fosse un amante: una mano serrata a pugno, l’altra distesa sulla federa bianca in una carezza.

Il volto solcato da impalpabili fremiti che sanno di lavorio celebrale… il seno, vistoso, esondante dal golfino lacerato nei pizzi dai capezzoli irti… il ventre scoperto, scuro, rilassato… le caviglie, avviluppate alle cosce in uno scatto da centometrista, a preservare in quella morsa ogni possibile intrusione nel piacere: smascherato da poco per via di un rossore appena accennato che traspare prepotente tra le fibre della culottes.

O forse un abbaglio cromatico per l’emotività del momento!

Vorrei poggiarle una mano tra i capelli sciolti, selvaggi, corvini. Quelli di una pantera che attende l’istante di riprendere a correre decisa verso la preda, per i suoi cuccioli, per il suo maschio…

Non posso, anche se le sue parole mi accecano l’udito rimbombando mute: vedrai… un giorno verrai da me!

Provocare è la sua arte divina: consunta nel tempo, eppure lucida come una lama d’acciaio appena temprata da uno sciabordio di scintille.

Chiudo gli occhi, mi avviluppo burrascoso, mi passo la mano sulla fronte accaldata.

Li spalanco nel buio che mi avvolge: sono sull’arenile di Pineto – senza uguali, racchiuso tra la ferrovia e il mare, omaggiato dai pini secolari capaci di sfidare ogni vento piegandosi e mai spezzandosi – in  costume, a chiedere al sole puntuto di brunire la mia pelle, all’acqua salina di tergere le mie colpe. Passeggio in cerca del vuoto per farlo mio, certo che anche l’amico in quel momento, come un perfetto sconosciuto mi apparirebbe.

Scruto l’arenile, e nel suo agitarsi di figure maschili e femminili ne stacco una che riconosco: è Carla, o colei che io chiamo Carlo nell’unico accesso che ho di renderla percettibilmente nervosa. Ho colto questo mio particolare trionfo sulla dura corteccia nel momento in cui, senza dirmi che l’avevo resa fragile, mi ha chiamato spocchiosa Maria, e non Mario.

Ma probabilmente in questo gioco di specchi, tra le tante banalità, serie o facete, che ci siamo scagliati addosso da un monitor all’altro, questa è stata l’unica verità accettata da entrambi: lei è donna al maschili, io uomo al femminile.

Non con tutti e per tutti: lei solo con me io unicamente con lei.

E questa scoperta mi ricolma di gioia autentica, primitiva.

La scorgo e mi accorgo che mi ha adocchiato: si è arrestata, e con la mano scosta il sole dagli occhi per rendere limpida la mia modesta immagine.

Sembriamo due guerrieri ignudi prima di una lotta che ne lascerà in piedi solo uno: non oltre l’attimo vitale per vedere soccombere l’altro alla vita.

Riprende ad avanzare , io non posso far altrimenti

La gente, ora folla confusa e vociante, sembra farci ala: nell’ondeggiare disordinato si scosta dai nostri corpi, concedendoci inconsapevole l’arena tutta per noi.

Ci blocchiamo l’uno di fronte all’altra, per un’ultima occhiata.

“Ciao Maria…

“Ciao Carlo…

“Provo un enorme piacere nell’averti incontrata: ero saldamente certo che prima o poi sarebbe accaduto.”

“Tutto accade se lo si vuole… Carlo!”

Il silenzio profanato dallo sciacquio dei piedi d’infiniti bagnanti rafforzò quell’ordinaria verità.

“Vorrei porti una domanda Carlo…”

“A te non nego nulla, Maria, dovresti ricordarlo.”

“Ma tu sei davvero così rivoluzionario da poter solo ipotizzare che il nostro tanto bistrattato mondo andrebbe rigorosamente diviso in due, una parte per i buoni, e una per i cattivi?”

Una risata aspra seppellì quella stravagante richiesta.

“E tu Maria credi davvero che questo stesso mondo sul quale m’interroghi, con il suo vissuto e il suo da vivere, giri sempre e soltanto intorno a te, minuscolo essere umano capace soltanto di generare un comportamento tra l’ironico e il serioso, senza spartiacque, solo forzato per renderti desolatamente antipatica?”

Una smorfia, meno compiaciuta dell’altra, vergò quel colpo incassato.

“Hai ragione Carlo: tra noi certi schemi non reggono. Non si può tra sconosciuti mentirsi: sarebbe come negare il sole di giorno, e la luna di notte. Almeno tra noi, tra chi non sa altro dell’altro, comportiamoci da adulti, pardon, da innocenti bambini!”

Un duplice sogghigno sancì la fragile tregua: armata s’intende.

“Come mi trovi Carlo?”

“Precisamente come t’immaginavo, Maria. E tu invece?”

“Diverso…molto diverso da come ti ho visto dormire!”

“Mi hai forse violato, a mia insaputa, nel mio letto… Maria?”

“Si, come posso asserire che stiamo discorrendo tra questi flutti immobili che invogliano a liberarsi per sempre da ogni sete umana.”

“So che non stai mentendo, ma la questione, consentimi, mi lascia perplesso: posso, anche se nell’ambiguo torpore, non essermi accorto di te, della luce che brilla nei tuoi occhi, del tuo respiro, delle tue mani che sicuramente mi avranno cercato?”

“È esattamente così Carlo, mi hai letteralmente ignorata: hai continuato a dormire, con dei brevi fremiti sul tuo viso che mi hanno fatto riflettere su quanto io sia incapace di offrire uno slancio al tuo corpo, alla tua mente. Sei di una bellezza debordante …Carlo!”

Si pizzicò il naso, impacciato, cosciente di essere andato oltre quanto lo schermo, proteggendolo, gli consentiva nei suoi continui azzardi pittoreschi.

“Lo interpreto come un complimento atipico, direi un inizio promettente: anche tu non sei male, Maria, persino più interessante di come ti avevo tratteggiata rovistando voglioso tra e tue foto.”

“Ad altre, diletto Carlo, questo infausto aggettivo, interessante, lo avrei rigettato addosso, inviperita, come un’ingiuria: ma da te, che non mi conosci e so che sei sincero, lo prendo come una calda carezza sul mio viso. Comunque debbo darti ampia regione…”

“Non capisco, perdonami, non capisco…”

“Quante volte mi hai detto, pardon, scritto, eppur vedrai che un giorno verrai, verrai! Sei un passo avanti, Carlo, con me e di sicuro con il mondo intero!”

La calca stava aumentando la propria spinta caotica sulla battigia: il vociare oramai uno strillarsi addosso senza alcun contenuto.

Carlo?”

“Dimmi Maria.”

“Ti propongo di allontanarci ignorandoci per qualche passo: poi ci fermiamo, ci giriamo, e torniamo da dove siamo venuti. E così finalmente potremo incrociarci!”

“Sai una cosa Maria?  Questa volta mi ha stupito: se non fossi un uomo saresti una donna completa, o quasi. La perfezione, non dimenticarlo mai, esiste solo in me!”

Avanzarono una decina di metri, riguadagnarono la battigia umida di fresco, e fissandosi negli occhi puntarono i loro corpi.

Nel trambusto frenetico di quella domenica agostana: tra i colori volgari d’improponibili costumi, tra i lezzi di oli protettivi che allontanavano persino i gabbiani, tra gli idiomi accesi di etnie diverse.

L’uno verso l’altra, l’una per l’altro.

Pochi metri, pochi centimetri, e l’allineamento di due corpi: senza guardarsi, con gli occhi serrati dal sale e dal sole, ma con le narici dilatate e catturare quegli odori che li stavano facendo vivere oltre se stessi.

Un giorno verrai, vedrai che verrai… : così velocemente si smarrirono in quell’essersi volutamente cercati.

Le orme slavate levigate dalla brezza e dalla marea.

Il sogno sfilacciato dal rigurgito severo della sveglia.

Sono vivo, sorrido famelico.