Vivere nel mondo significa essere ben radicati sulla terra, ma guardare il cielo con gli occhi trasparenti, saper accettare ciò che dall'alto ci arriva rendendolo terra su cui camminare, anche quando il terreno appare piuttosto accidentato.

Significa anche accogliere ciò che la terra ci dona e saperne usufruire con rispetto offrendo ciò che sappiamo elaborare a chi ci circonda: un bicchier d'acqua offerto a un assetato è diverso dal thè che beviamo insieme all'amica, ma noi siamo sempre le stesse; siamo scintilla divina che sperimenta la materia e impara a riconoscere i propri meriti e i propri difetti in base alle relazioni vissute con l'ambiente circostante.

Solo nel continuo rinnovamento e nella crescita interiore possiamo trovare quella pace e serenità che ci fa sentire "a casa" anche quando l'affrontare il quotidiano sembra davvero un'impresa ardua.

Le "Idee" sono matrici di un contatto più intimo con la divinità che, ai giorni nostri, nonostante la diffusa poca attitudine alla ricerca, non è molto lontana da noi, anzi....

 

 


Viviamo in un epoca molto contraddittoria: usiamo mezzi di comunicazione eccezionali, possiamo individuare pianeti nello spazio, crediamo di essere all’avanguardia nella ricerca scientifica e poi, a tratti, ci rendiamo conto che Egizi, Caldei, Greci e una marea di nostri predecessori forse aveva conoscenze ben oltre le nostre ed evitiamo di approfondire questi argomenti presi dalla paura di uno schiaffo al nostro delirio di onnipotenza!

Così accade anche per quanto riguarda la nostra ricerca interiore che, quando inizia a spingerci verso il nostro cammino, anche solamente con le prime sedute astrologiche o davanti ai tarocchi, ci porta in spazi diversi nei quali siamo costretti a prendere contatto con l’invisibile e a confrontarci con il divino quasi senza sapere di percorrere una strada già prestabilita.

Il rapporto tra noi e il nostro Io è infatti squisitamente occulto e così intimo da escludere chiunque non faccia parte di tale dinamica misterica: è un rapporto che ha connotazioni uniche, come unica è la nostra mappatura cromosomica, unica la nostra iride, unica la composizione del nostro sangue, unica la nostra scrittura.

Dalla storia abbiamo appreso le prime rudimentali informazioni sul nostro passato, sulle vittorie dell’umanità e sulle sue disfatte, a volte senza elaborare il dato che la storia non può essere un racconto obiettivo, e soprattutto che è stata scritta dagli uomini che vi hanno inciso il loro nome principalmente con ferro e fuoco.

Uomini, perché alle donne è stata domandata un’altra funzione.

È quindi la storia tramandata da chi ha reso la sua realtà soggettiva come verità per conformare l’evidenza dei fatti al proprio pensiero, per porre nuove regole e dare luce a nuovi archetipi.

Così sono stati fatti “sparire” dei e divinità che avevano la loro dignità prima della venuta del Cristo, ma è difficile credere che questi siano andati in esilio in silenzio e siano davvero scomparsi: le loro essenze sono rimaste sospese nell’aria e hanno continuato a esistere, pur non manifestandosi a tutti.

Oggi, con questa accelerazione del tempo che emerge ovunque, sono molte le domande che dovremmo porci: la prima è sicuramente il significato del nostro rapporto con il divino pagano che va cercato nell’essenza simbolica del mito e del suo perdurare oltre alla fine del mondo classico.

Non è credibile che si tratti di una “moda”: ghettizzare così un movimento dalle radici ben solide - tanto da riunire persone così diverse tra loro in un comune sentire – in stereotipi di matrice New Age è per lo meno sbrigativo.

Primi contatti

Spesso, intervistando persone di particolare sensibilità, giunte a traguardi ammirevoli in campo artistico, mi sono resa conto di quanto l’incipit del loro incamminarsi sul  sentiero della ricerca risalisse a un periodo particolarmente contrastato della loro vita: il pittore Botero, rimasto orfano da piccolo, e costretto a lottare per un po’ di pane ricorda più che la vendita del suo primo disegno l’aver perduto per strada le poche monete da portare alla madre con una emozione ancora viva negli occhi. Alda Merini parlava della sua esperienza in ospedale psichiatrico e del dolore provato al pensiero delle sue tre figlie senza madre, separate tra di loro; Carol Rama racconta del padre suicida e della madre in casa di cura con la leggerezza di chi ha vinto il demone della paura… ma tutti hanno confessato la loro impossibilità ad agire in modo diverso, dichiarando di aver “sentito dentro” la compulsione a tradurre angoscia e disperazione nella loro forma artistica.

Davanti a queste esperienza il pensiero va verso una sola possibile ragione esplicativa autentica: quella di un nesso preconscio e pre logico con entità cosmiche quali gli antichi dèi, Enti cosmici che scelgono persone caratterizzate da una particolare  sensibilità e ne fanno i loro strumenti per comunicare con un mondo nel quale non ci sono più miti e riti a loro dedicati.

Viene da riconoscere in certi scritti la mano di Artemide piuttosto che di Venere, nella danza di una gitana la forza di Tersicore, nella tragedia di un autore russo la voce di Melpomene, negli acuti di un soprano il soffio di Euterpe e così via fino decodificare interamente ciò che ci circonda per essere in grado di riconnetterci con quello spazio in cui si possono percepire frequenze diverse, diverse Idee, matrici uniche per l’arte.

Chi professionalmente scrive, canta, danza, dipinge o suona con certe caratteristiche sa di essere l’interprete di una forza donata da una trascendenza, così come l’antico profetare della Pizia, la cui coscienza si ritraeva, per consegnare la propria fisicità come pura carne mediatrice del detto divino. Nel fare artistico agisce più forte, una forza che viene da lontano e che non può essere posseduta: sa che in certi momenti si può “diventare” il canto, la danza ecc. ma, quando svanisce il momento di connessione profonda, quella forza evapora e rimane un senso di distacco, di nostalgia per quanto è impossibile fermare: gli Dei sono liberi, non possono essere posseduti.

Ciò che resta sono gli scritti, i quadri, le riprese e le registrazioni, ma oramai fuori e non più tangibili nell’interiorità, se non attraverso il ricordo privato della coscienza.

L’artista sa che si tratta di realizzare un’opera che possa “parlare” anche agli altri, comunicare ciò che nello stato di ebbrezza si è stati in grado di vivere e canalizzare. Si accetta quindi la propria funzione di medium sapendo che l’atto della creazione è un attimo d’amore con la divinità, un attimo dove in cui si specchia l’eterno. 

Impossibilità alla così detta “normalità”

Chiunque frequenti questi luoghi dell’anima sa perfettamente che è davvero raro trovare comprensione tra quelli la cui ricerca è indirizzata principalmente verso il benessere materiale: chi cerca nella materia dà la priorità alle tematiche riferite con al centro il corpo; mentre per chi vuole conoscere ciò che c’è oltre e ascoltare le richieste dell’anima il mondo fenomenico non basta, ed è costretto a dirigersi verso il mondo delle cause.

Avventurarsi nella ricerca significa disidentificarsi da ciò che ci circonda e tendere ad un unico obbiettivo: la riunione con il proprio Io superiore, quello che sa di esistere anche senza il nostro corpo.

Potremo dunque rimanere ottime casalinghe o insegnanti di ginnastica o altro, ma nello stesso tempo dovremmo riuscire a sapere di non essere solo quella o quell’altra persona in un questo o quell’altro ruolo quotidiano e tendere verso la luce non solo come gioco della mente, ma come percezione reale della nostra essenza.

Nella tenzione a tale riconoscimento cambia il rapporto con i prodotti della cultura corrente e i tipi di comunicazione che organizzano, ergo il rapporto con gli altri cambia: gli argomenti di interesse esulano dall’ultimo film comico e le letture non sono il tipico prodotto dell’editoria imperante. Il tempo che noi dedichiamo al contatto con gli altri diventa sempre più limitato e si incomincia ad essere “pieni di sé” tanto per chi non gradisce il nostro isolamento e ne giudica il comportamento “asociale” (trovando intollerabile l’autobastarci) quanto per noi stessi a cui bastiamo nella nostra consistenza. 

Perché la mitologia nella mia arte

Come gran parte degli appartenenti al segno zodiacale dei Pesci preferisco nuotare nel fondo degli abissi piuttosto che arare un campo o scalare montagne innevate: è la mia natura, governata da Nettuno, condizionata dal periodo in cui le forze della Natura premono, già in attesa della primavera.

Non è un gran merito: sarebbe stato difficile non ascoltare le voci provenienti dall’inconscio e negare misticismo e magia; che han segnato tutta la mia vita.

La grande difficoltà che da sempre mi accompagna è l’apparente razionalità (indotta per questioni di sopravvivenza in un habitat poco consono alle mie fantasie) che mi ha spesso fatto apparire come decisa e determinata, radicata nella vita pratica. Le persone che mi conoscono e leggono per la prima volta i miei scritti restano interdette e stentano a riconoscermi nella mia vera natura: le due immagini sono così discordanti l’una dall’altra da credere che non possano coesistere e in effetti ancor oggi mi capita di dovermi impegnare non poco per metterle d’accordo.

Rileggendo il Simposio di Platone mi sono resa conto però di quanto la dualità sia alla base di ogni essere vivente e di quanto il raggiungimento dell’equilibrio derivi dalla abilità capacità di affondare le proprie radici in quella nostra parte più autentica piuttosto che nell’immagine mandata avanti per relazionarci agli altri: saper congiungere le due metà, quelle in cui siamo divisi, è ciò che prelude al nostro riconoscimento profondo.

“Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione. […]. Le persone quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di affinità con l’altra persona, se ne innamorano.[…]. C’è qualcos’altro: evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza”

Grande la verità nell’insegnamento mitico del filosofo, eppure fuorviate e spesso tragica è la ricerca secondo la lettera, ovvero la ricerca dell’altro fuori di sé, perché anche quando ci illudiamo di aver trovato “l’altra metà”, vulgo l’anima gemella, e siamo convinti che nulla potrà mai separarci, cadiamo nell’errore di credere che esista davvero quell’essere in grado di colmare il nostro vuoto interiore: in realtà ciascuno di noi è solo la metà, ma di se stesso, non di qualcun altro.

Noi esistiamo a metà semplicemente perché non abbiamo la consapevolezza della nostra divinità, dell’unità che è armoniosa perfezione, ben lontana dalla cosiddetta perfezione terrena! Ecco perché percepiamo l’incompletezza, che in realtà che è solo incompiutezza.

A volte siamo così lontani da quel filamento che ci unisce al divino da credere di poterne fare a meno e di decidere con il nostro libero arbitrio della nostra vita secondo quello che la nostra mente ci suggerisce.

Perdere o sottovalutare il nucleo vero della nostra esistenza è un errore che provoca danni inestimabili: è come tagliare il cordone ombelicale ad un bambino nel ventre di sua madre quando ancora la gestazione non è giunta al termine! E che cosa ci lega alla Natura se non quel “filo” invisibile?

L’anima infatti non permette a nessuno di ignorarla, a meno che non sia costretta a ritirarsi quando lasciamo spazio alle forze distruttive, quelle che ci circondano nel tentativo di sviarci, di non farci raggiungere il “sogno” da realizzare, quel sogno che è il motivo della nostra venuta sulla terra.

Le forze della controiniziazione esistono e sono potenti quanto quelle che ci sospingono verso la luce.

L’immagine dell’auriga che tiene per le redini il cavallo bianco e quello nero nel Fedro di Platone può darci un’ulteriore visione del nostro essere: solo nell’equilibrio delle forze contrastanti la nostra anima può procedere verso la luce, può giungere ad identificarsi con il Sole verso il quale si dirige!

Trattenuti in falsi scopi, zavorrati da obbiettivi a noi profondamente estranei, può capitare che inseguiamo un successo effimero sospinti da “energie” con connotazioni molto chiare nella mitologia classica: Marte che ci incita all’ira, Mercurio che ci rende ladri, Venere che provoca una libido senza confini, Giove che ci fa rimpinzare di dolci, Saturno che non ci fa scoprire le gioie della generosità e l’orgoglio del Sole legato all’accidia della Luna che ci inibisce definitivamente nella nostra crescita spirituale. Ed è in “Virtù dei vizi” che ho voluto mettere in luce proprio questi duplici aspetti di una stessa energia: diverso è l’approccio alla stessa tematica se la persona vive in armonia con se stessa o se viene dominata dalla divinità che impera su quel tipo di tematica. A un “voi” impregnato di vizi ho contrapposto un semplice “noi” depositario degli stessi vizi esorcizzati in quanto vissuti in positivo, nella consapevolezza della loro esistenza:

Il vostro orgoglio vi rende sicuri del vostro potere

Il nostro orgoglio ci rende liberi dall’apparire

La vostra accidia vi rende certi dei vostri credo

La nostra accidia ci aiuta a non competere

La vostra invidia vi rende ladri di idee

La nostra invidia ci rende cercatori di verità

La vostra lussuria vi rende preda degli istinti

La nostra lussuria anima solo le nostre notti

La vostra ira grida le vostre ragioni

La nostra ira alimenta il nostro desiderio di giustizia

La vostra gola vi rende ingordi di benessere

La nostra gola ci rende bramosi di sapere

La vostra avarizia vi tiene prigionieri del denaro

La nostra avarizia ci fa trattenere i ricordi dei giorni felici

È così che quando le forze nascoste tutelari si sono riversate nei miei scritti, dopo che si erano manifestate abbondantemente in altre situazioni, ho imparato a non sottovalutare i messaggi che in questo modo sono trasmessi: ho preso quindi la decisone di lasciare loro la libertà di dettare interi capitoli di opere per lo meno inquietanti, molto significative se messe in relazione con altri scritti di autori già noti.

Sono semplici indicazioni che provengono da luoghi in cui il tempo non ha significato, ma danno vita a intuizioni che vivono di un sempre presente davvero rassicurante.

Amore in silenzio

Non è stato semplice apprendete a far silenzio in me, poiché solo scendendo negli abissi profondi della mente, affrontando un simpatico inferno di paure, conflitti e sofferenze, ho intravisto qualche sprazzo di vuoto: un luogo dove gli Dei possono comunicare, fare udire la loro voce.

Così ho immaginato il Nirvana, una libertà totale dalla realtà immanente, ma soprattutto dal giudizio: che qualcuno mi pensi che io sia “un po’ strana” perché confesso di ascoltare le parole che si formano nella mia mente poco m’importa. So solo che avere la percezione diretta di una verità che può sorgere all’improvviso nei pochi attimi in cui si riesce a mettere a tacere la mente, ascoltando quel sussurro impercettibile, è davvero struggente.

Attraverso i molti esercizi ci si allontana dalle illusioni della mente, quelle che oggi stanno soffocando la magia, quelle che ci portano a perdere il significato arcano della vita e a seppellire il sacro, rinnegando, rinunciando troppo di frequente alla conoscenza vera, alla saggezza primordiale e divina dell’uomo.

È così che si rinuncia all’amore senza condizioni, all’amore che sta alla base della vita, perché è lì che dimora l’impulso alla vita.

Il problema è che solo attraverso questa forma d’amore incondizionato verso la divinità, verso quella parte dell’umanità in cui si riflettono le divinità, superando il pesante muro della materia, cogliamo la possibilità di avvicinarci alle sorgenti della vita che come il Sacro Graal è nascosto per essere protetto nella dimensione terrena, nel momento in cui si disvelano riconnettono l’umanità alla sua vera natura eterna.

Non esistono maestri, non ci sono scuole o chiese che possano fornire strumenti per un tale “salto” in cui abbracciare l’infinito: esiste solo l’Amore e non per nulla anche il Cristo è stato un dio d’amore.

Libertà dai dogmi, dagli schemi rigidi, dai condizionamenti della mente sono le uniche vie per poter davvero ritornare a vedere il sorriso degli Dei.

 


 Nostos = ritorno      Algos = dolore     = Ritorno doloroso

Percezione dolorosa di qualcosa di cui si ha il ricordo, ma che non si ha più, di cui non si usufruisce più.

Quale maggiore connotazione può avere un ricordo doloroso se non quello che sta all’origine, quello di quando, immersi nel paradiso terrestre vivevamo l’eterno, senza nostalgia di questo?

Già, il paradiso terrestre, un mito imprescindibile.

Uno di quei miti che si trova in tutte le religioni più o meno con formule diverse (Nirvana, Gerusalemme celeste, Giardino delle delizie) ma con gli stessi attributi di beatitudine/eternità.

Mito? Sì, un mito, una “parola” che viene da lontano perché Μũθος, Λογος, Eπος vogliono dire tutti PAROLA: solo nella lingua greco tarda Μũθος prende il valore di narrazione, favola (Esopo, Platone) ma anche qui con un preciso motivo perché sono insegnamenti, immagini archetipiche.

Rimane quindi solo Λογος a definire chiarezza, profondità della conoscenza genuina.

La radice di Λογος arriva dal greco e dal latino leg col significato originario di scelta (non raccolta + tardo)

In Omero Λογος è la parola su cui si è riflettuto, per cui si coniuga con il concetto di razionale, di prodotto dell’emisfero sinistro.

In Omero Μũθος non ha il significato di ponderato, logico, sensato. È l’avvenimento, la storia nel senso di accaduto. È la parola che dà notizia del reale, un dato di fatto, una rivelazione, è consacrato, cioè diverso da qualsiasi altra enunciazione.

È un’immagine che non ha bisogno di essere definita esatta o inesatta: è data come realtà acquisita.

Come tale non va spiegata o chiarita: non è un procedimento cerebrale del pensiero.

“Ogni ragionamento però presuppone un’intuizione di fondo, un’esperienza di fondo, una concezione di fondo, cose che non consentono più una critica razionale perché appartengono all’essere stesso dell’uomo risultando così generalmente inconsce: per cui si passa a “VERITA’” – “RIVELAZIONE” – “ESPERIENZA ORIGINARIA”.

Diventa quindi, quando non celata nell’inconscio, esperienza originaria rivelatasi per mezzo della quale è possibile anche il pensare razionale.

Per questo il mito non è sparito presso di noi: se resta inconscio, è come se non esistesse, ma c’è.

Come ha potuto succedere questo?

Perché l’uomo ha incominciato ad elaborare sempre di più il pensiero, affinandosi e allontanandosi dalla facoltà di vedere, percepire le immagini del proprio inconscio.

È il primato della ragione sulla intuizione, dell’emisfero sinistro sul destro, di Adamo su Lilith con conseguenti problematiche.

Sì, perché il mito di Lilith parla chiaro: semplicemente lei non accettava la sudditanza. Nella creazione dell’Opera, voleva la parità, uguale dignità. Torto?

“Li creò maschio e femmina. Li benedisse e diede loro il nome di Adamo” significa che senza la parte femminile l’uomo non aveva neanche il nome.

Erano uniti, avevano lo stesso nome, ma c’era chi voleva decidere, chi ha rifiutato, quindi ha separato, la sua parte “colma di saliva e sangue” di cui per altro era composto anche lui (epher = polvere, dom = sangue, narah = fiele / saliva).

Eva viene dopo, in risposta a una domanda, quindi sempre prodotto dell’emisfero sinistro.

Ecco, forse è proprio qui che compare la nostalgia.

Nostalgia di una unità, di quando Adamo (Adamas = indivisibile) avrebbe dovuto, invece di guardarla con sospetto e lasciarla scivolare via di notte, unirsi più strettamente a lei ed evitare di allontanarla.

Così Lilith non avrebbe dovuto andare sul Mar Morto e generare demoni, lui non sarebbe andato protestando dal Padreterno “come un figlio che si affida alla esperienza e all’autorità paterna” e non sarebbe arrivata Eva.

Così nessuna donna avrebbe dovuto impersonare Eva, andare a cercare proprio un serpente bastardissimo che facesse balenare l’idea della conoscenza.

E di nuovo ecco la nostalgia: Eva che vuole essere onnisciente ha dentro di sé la nostalgia di quella scintilla divina onnisciente come noi tutti… perché anche nel nostro inconscio la nostalgia è per qualcosa che abbiamo sperimentato, la fusione totale con il Creatore.

Ci sono quelli che hanno tentato di dirlo come il Maestro Sufi ma sono finiti maluccio.

Eppure se attivassimo il nostro cervello (di cui usiamo in minima percentuale il 20%) in modo totale, certamente molti ricordi sarebbero diversi, non dolorosi, perché collegati alla legge di causa/effetto risultando per lo meno accettabili.

Attivare il cervello, già. Rendere perfetta la fusione tra le due parti, realizzare una perfetta sintesi tra le due funzioni: analisi, logica, critica, elaborazione numerica con le intuizioni, le immagini.

Secondo Julian Jaynes esisteva un tempo nel quale ciò era possibile: ci rimanda all’epoca micenea, più o meno alle gesta di Troia omerica.

Secondo la sua teoria l’uomo di allora sentiva realmente la voce degli Dei e questi gli apparivano realmente. Ipotizza un diverso funzionamento cerebrale traendo testimonianza appunto dall’Iliade di Omero, nella quale gli eroi sono descritti come persone che sentono le voci degli dei. La sua ipotesi è basata sul fatto che nell’emisfero destro, nella parte specchiata dell’area di Broca, gli uomini di allora potessero davvero sentire le voci, essere in connessione con la voce degli dei, del divino, cosa peraltro testimoniata dalle pratiche reiligiose di tutta la fascia mediterranea. Vi era un tempo, in determinati luoghi, in cui tutti gli uomini potevano avere questo contatto mistico. Fu poi appannaggio della casta sacerdotale, che dovette poi fare uso di droghe per questo connessione. Poi anche le sacerdotesse dell’oracolo di Delfo, o le sibille cumane, persero il loro potere, legandosi sempre di più alla materia e perdendo le facoltà peraltro attive ancora in alcuni di noi.

Si tratta quindi di funzioni cerebrali in cui l’ipofisi, la ghiandola pituitaria e l’ipotalamo possono creare la vista e l’udito, capacità che in potenza abbiamo tutti ma che non a tutti è dato di scoprire, specie se la ricerca viene fatta verso l’esterno. Meditazione, suoni, vibrazioni emesse dalla laringe e conoscenza di cristal bowls o campane tibetane sono alla portata di tutti, basta averne voglia.

Questi poteri sono legati al mito? Ovvio, lo dice la parola Μũθος. È però una “parola” abbastanza convincente se vogliamo dare la giusta dignità alle intuizioni, legate per altro alla facoltà del memorizzare.

 



Credo sia opportuno in primo luogo definire i concetti di “simbolo” “segno” e “allegoria”.

Il nome simbolo deriva dal greco “sun-ballo” che significa mettere insieme, definendo le due metà di un unico oggetto, fatto della stessa sostanza a cui noi diamo un nome e che per noi significa qualcosa; ogni metà diventa quindi un segno di riconoscimento: quando vediamo una bilancia pensiamo che i due piatti stiano in equilibrio e per astrazione riconosciamo che il concetto che sta dietro è Equilibrio/Giustizia.

 

 

Il nostro corpo è il simbolo di ciò

che ci trascende: come nell’arcobaleno sono espressi tutti i colori così nel nostro corpo (microcosmo) abbiamo la proiezione del macrocosmo con ogni informazione che ne deriva. Abbiamo dentro di noi ogni tipo di conoscenza, solo che non sappiamo come arrivarci, perché usiamo sì e no un 10% del cervello.

Diverso è il “segno”: un triangolo bianco con la punta rivolta verso il basso bordato di rosso sul lato di un incrocio ci impone lo stop e di dare la precedenza, è semplicemente una convenzione.

Mentre nel simbolo il significato è già contenuto in ciò che percepiamo, l’allegoria appartiene alla sfera del dire e abbisogna pertanto di un riconoscimento linguistico: nella ruota della fortuna dei Tarocchi serpente, gallo e maiale sono le tre forze motrici del vivere terreno, come il leone, la lupa e la lonza danteschi corrispondono alla superbia e alla violenza, alla avarizia e alla cupidigia, all’avidità o lussuria.

Così quando noi vediamo una rosa (espressione della Natura) questa ci parla di femminile, di purezza, di eleganza, di profumo…

Due parole sulle rose di Gianna Tuninetti e del loro significato x me.

Gianna dipinge dal vivo: carta, acquerelli, colori, sfumature e grandezza ci portano direttamente in presenza delle rose e ci aprono la porta di un mondo magico dove i fiori diventano simboli di vita.

Lei stessa ci ha raccontato di un ragazzo che davanti ad un suo quadro ha confessato di vedere la rosa “respirare”…

E ora un piccolo aneddoto.

Quando ho visto per la prima volta dal vivo i quadri di Gianna Tuninetti ho pensato che per me sarebbe stato importante tenere nella mia camera da letto quel ramo di rose antiche: le ho viste ed è stato amore a prima vista perché mi parlavano direttamente.

Una sensazione irrazionale che non aveva senso, la mia follia di quel momento.

Solo in seguito ho capito quel che era successo: avevo semplicemente obbedito a un richiamo mancato in precedenza, quando Gustavo Rol mi aveva chiesto se avrei preferito un bottone della giacca di un ufficiale morto a Marengo o un quadro dipinto da lui e io avevo optato per il primo.

Rol amava le rose tanto da dipingere sul retro di un quadro dal titolo “Lo spirito delle rose” questo concetto per storicizzare il suo pensiero: “Ogni cosa ha il proprio spirito che agisce in funzione del Creato. Per chi ne è degno e sa riconoscerlo, lo spirito delle cose ci viene incontro nei momenti del dolore. Più di quanto possano fare gli umani. Di qui la miracolosa magia che ogni cosa porta in se stessa” (29/5/1966)

Aggiungerei che i simboli ci circondano e non cambiano: la nostra attenzione, però, non è sempre rivolta a ricevere i messaggi che la nostra interiorità ci invia in presenza di questi. Se impariamo a vivificarli dentro di noi, riusciamo ad avvicinarci sempre di più alla matrice con innegabili vantaggi per il nostro procedere nel cammino.

 

QUALE È LO SPIRITO DELLA ROSA?

La rosa rappresenta, in primo luogo e ovunque, l’archetipo della Madre Cosmica, significato che in Oriente è indicato dal loto sul quale poggiano bodhisattva, budda e immagini sacre: ricordiamo la danza di Shiva.

In questo senso l’iconografia ecclesiastica ha fatto della rosa, regina dei fiori (già definita così già dalla poetessa greca Saffo), il simbolo della Regina Celeste, Maria, della sua verginità, del suo essere per noi tramite privilegiato di salvazione.

La rosa è attributo di santi: si dice che i santi e gli yogi abbiano la capacità di far fiorire le rose.

SANTA ELISABETTA D’UNGHERIA

Figlia di re d’Ungheria all’età di quattro anni vivrà tra la città di Marburgo e Wartburg il castello presso Eisenach alla corte del futuro sposo Ludovico per essere allevata secondo le usanze di quella corte. Sposatasi a 14 sarà madre di tre figli, ma avrà vita difficile a corte dove la sua modestia e il suo bisogno di aiutare i poveri erano malvisti. Si dice che tornando da una battuta di caccia il marito la incontrò mentre distribuiva il pane, ma quando, impaurita, aveva lasciato cadere il contenuto del suo grembiule il pane si era tramutato in rose.

SANTA ELISABETTA DEL PORTOGALLO

Nata a Saragozza (Spagna) nel 1271 da Pietro III d'Aragona, e da Costanza, figlia di Manfredi, successo al padre, l'imperatore Federico II, nel regno di Sicilia. La sua infanzia fu di corta durata perché, a dodici anni fu data in sposa a Dionisio il Liberale, re di Portogallo, fondatore dell'università di Coimbra. Per tutta la vita cercò di mantenere la pace fra i suoi familiari, imparentati con Aragona, Portogallo e Spagna. Vedova, donò i suoi averi ai poveri e divenne terziaria francescana.

SANTA ROSALIA

Nell'anno 1128 la casa di Sinibaldo delle Rose, conte alla corte normanna all’epoca di Guglielmo I di Sicilia, fu allietata dal sorriso di una bimba, cui fu posto un nome insolito, ma profondamente significativo: ROSALIA, quasi un connubio di rose e di gigli (rosa-lilia). Attribuirono alla sua opera la fine della pestilenza a Palermo.

SANTA ROSA DA VITERBO

Respinta dalle clarisse a causa della sua salute precaria, fu guarita miracolosamente  ed entrò nel terz'ordine francescano. Predicò accanitamente contro i Catari, aizzati da Federico II contro il Papa, e prese una forte posizione in difesa del pontefice nella lotta fra guelfi e ghibellini. Predisse la morte dell'imperatore e quando questa avvenne, tornò a Viterbo.

SANTA RITA

Dopo una lunga vita all'insegna dei sacrifici per i poveri morì nella sua cella con la gioia di aver potuto assistere al miracolo della fioritura di una rosa bianca - dono di Dio - nel mese di marzo, poco prima della sua morte.

SANTA TERESA DI LISIEUX

Nata ad Alençon (1873-1897). All’età di 15 anni, dopo numerosi tentativi e suppliche, ottenne il permesso di entrare nel monastero delle Carmelitane di Lisieux. Praticò in modo particolare l'umiltà, la semplicità evangelica e la fiducia in Dio. Scrisse “Storia di un’anima” e diverse altre opere letterarie. Miracolo della pioggia di rose dal cielo, testimonia la sua presenza.Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Dottore della Chiesa nel 1997.

 

LA ROSA NEI CULTI

La rosa come simbolo di iniziazione e rigenerazione spirituale è stata usata da moltissime correnti spirituali.

L’innegabile somiglianza con i Mandala della tradizione simbolica tibetana può far pensare che queste grafiche archetipiche facciano parte dell’inconscio collettivo dell’Umanità (Jung).

Dalla corolla di rosa nasce Peyoda Siri, una delle moglie del dio Vishnu.

Martin Lutero volle nel proprio sigillo una rosa bianca a dieci petali con un cuore per indicare che la fede procura gioia, consolazione. Il motto era” Il cuore dei cristiani riposa sulle rose, quando è sotto la croce”.

Anche durante alcuni riti massonici è usata simbolicamente sulla tomba del “fratello” che ha lasciato il corpo: vengono gettate tre rose le “rose di S. Giovanni” simbolo di Luce Amore Vita.

Nel mondo greco e romano, la rosa era associata alla dea Afrodite, ma anche ad Athena. 

Venere nasce dalla spuma dell’oceano dove erano stati gettati i genitali di Urano, evirato da Saturno e insieme a lei giunge a riva un cespuglio coperto di spine nel quale gli Dei fanno spuntare gocce di ambrosia (amrita) che diventano candidi boccioli di rose bianche.

Il mito ci parla anche di Afrodite che accorrendo in aiuto dell’amato Adone - ucciso da un cinghiale inviato da Ares ingelosito - si ferisce con dei rovi e il suo sangue fa sbocciare delle rose rosse. 

Si narra che la dea versò tante lacrime quante furono le gocce di sangue versate da Adone morente: da ogni lacrima nacque una rosa, da ogni goccia di sangue un anemone.

Zeus commosso dal dolore della dea, permise ad Adone di vivere quattro mesi nell'Ade, quattro nel mondo dei vivi, e altri quattro dove avrebbe preferito: per questo la rosa viene considerata simbolo dell'amore che vince la morte e anche di rinascita.

Secondo altra leggenda, Cloris, la dea dei fiori, un giorno stava passeggiando quando trovò il corpo di una bellissima ninfa uccisa dalle punture delle api.

Lo portò sul monte Olimpo e chiese agli altri dei di aiutarla a trasformarlo in fiore.

Afrodite donò la bellezza, Dioniso il nettare e la fragranza, le Tre Grazie regalarono gioia, fascino e vivacità. Dal suo carro del cielo, Apollo mandò una sfumatura calda. Così nacque la rosa, donata a Eros che a sua volta la regalò ad Arpocrate, dio del silenzio nella speranza che non venissero alla luce le avventure amorose della madre… stranamente ancora oggi una rosa a cinque petali nel nimbo, sopra il confessionale (sub rosa), è il segno della discrezione.

Ma l’immagine della rosa resta legata ad Afrodite anche nella mitologia omerica quando Ettore, ucciso da Achille, viene unto con l'olio di rose da Afrodite per la preparazione del corpo alla sepoltura

La rosa è inoltre presente nel culto di Dioniso, per la credenza che impedisse agli ebbri di rivelare i propri segreti. 

I Romani festeggiavano i Rosalia, giochi floreali presso i luoghi di sepoltura in cui si offrivano ai Mani dei defunti le rose come allegoria dell’immortalità, passaggio ad un’altra vita: rituali cioè legati al culto dei morti, in un periodo compreso tra l'11 maggio e il 15 luglio.

Questa festa delle rose si trasmise nel mondo cristiano, dove la Pentecoste è anche detta "Pasqua delle rose" e veniva celebrata scambiandosi il fiore, a simboleggiare la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Leone IX (1084) istituì il rituale con il quale la quarta domenica di Quaresima benediceva con una rosa d'oro, simbolo di potenza e di istruzione spirituale, ma anche di risurrezione e di immortalità.

Rimanendo nel mondo latino troviamo il protagonista dell'Asino d'oro di Apuleio che recupera le fattezze umane mangiando delle rose (appartenenti ad una corona dedicata ad Iside, dea rivificatrice); Lucio, protagonista del racconto, è uomo curioso e si affida al sapere di una cameriera per assistere alla metamorfosi della di lei padrona.

Come a volte capita… la donna sbaglia il filtro e invece di diventare un rapace notturno Lucio si vede tramutato in asino.

Molte sono le sue peripezie, ma quando sta per essere ucciso, riesce a fuggire dall’arena e, in una notte di luna piena, invocando Artemide ha la visione: si salverà se riuscirà a mangiare una rosa.

L’indomani assiste alla processione dedicata a Iside e riuscirà a divorare una ghirlanda di rose che il sacerdote tiene avvolta al sistro.

Lucio ritorna uomo e diventa adepto della dea.

Più significativo di così è davvero difficile: solo quando farà propria la sua ritrovata anima (perduta per il desiderio di sperimentare in modo poco sacro l’occulto) potrà accedere all’oltre, finalmente riunito in se stesso.

La rosa quindi si connette fortemente al concetto di visione, come fonte di sapienza innata o di visione animica, quindi di potere conoscitivo e trasmutativo, che nella concezione indo-iranica viene identificata come daena, principio creativo immanente, visione.

Infatti nel Bundahisn (vasta enciclopedia delle credenze cosmologiche, mitologiche, geografiche, storiche del Medioevo persiano) troviamo decantata la rosa come uno dei fiori più profumati: è intesa quale manifestazione della den, l’Anima individuale e collettiva la cui apparizione nell’aldilà viene costruita in vita attraverso il retto pensare, il retto parlare e il retto agire, ed è quindi lo strumento supremo nella percezione delle realtà ultime.

Per mezzo suo l’uomo può conoscere, per mezzo suo si compiono la scelta iniziale e le azioni che salveranno o perderanno chi le compie: a buoni pensieri, buone parole, buone azioni, corrisponde una buona daena

Perciò al giusto essa verrà incontro, dopo l’abbandono del corpo, nelle sembianze di una fanciulla, per aiutarlo ad attraversare il ponte situato sia sul cammino dei morti sia su quello degli iniziati alla disciplina della visione e che solo i giusti – morti o vivi – riescono ad attraversare. 

Il simbolismo della Rosa è di fondamentale importanza nella cultura Sufi. Dello Shayk Abdul Qadir Jilani (trasl. Gilani), vissuto nel XII sec. e fondatore dell’ordine Qadiri (Qadiriyya) si dice fosse chiamato “la Rosa di Baghdad” e, a tal proposito, sottolineando tutta la portata di significato del simbolismo della Rosa nel contesto di quella cultura, viene riportato un episodio, insegnamento ancora oggi attualissimo.

Si racconta che in Baghdad i Maestri e gli Insegnanti fossero così numerosi che quando si seppe che Gilani stava per giungere in città si decise di inviargli un messaggio. Si riempì di acqua fino all’orlo un vascello e glie lo si mandò incontro, intendendo indicare come la coppa fosse ormai colma e ogni tentativo di porvi altro all’interno fosse inutile. Benché si fosse in inverno e completamente fuori stagione per le rose, Gilani ne evocò un mazzo profumato e lo pose al di sopra dell’acqua che gli era stata inviata, come segno del suo potere, del suo stato di realizzazione e del posto che gli spettava. Quando all’assemblea giunse notizie di questo esclamarono Abdul Qadir è la nostra Rosa

Altro ruolo importante nel misticismo pratico dei Sufi nel XII secolo assume la rosa ricamata sul copricapo dell’ordine Kadirya, tutt’ora esistente: il sentiero sul quale si incamminano gli adepti è denominato Sebil-el-Uar, che vuol dire "La Via della Rosa"

 

LA ROSA SIMBOLO D’AMORE

La Rosa, presa singolarmente, è quindi simbolo di completezza, di raggiungimento totale del fine, perfezione: si associano tutte le idee collegate a simili qualità, dal centro mistico, il giardino dell'Eros, il Paradiso di Dante, all'emblema di Venere, all'amato.

Una delle vie per raggiungere la perfezione sia quella dell'Amore.

L'amore, infatti, è unione, annullamento del dualismo, della separazione, quindi modo di pervenire al centro.
Simbolo del trasferimento nel "centro segreto" (segreto nel senso che non esiste nello spazio, ma è tuttavia perfettamente definibile), è ancora la rosa.

Lo stesso atto fisico dell'amore esprime il desiderio di "morire" nell'oggetto del desiderio medesimo, dissolversi in ciò che è già dissolto: morire, dunque, per rinascere nella non-separazione.
Intanto, già nel 1200 il Roman de la Rose di Guillame de Lorris, le attribuisce il significato di veicolo e fine della trascendenza mercé il potere santificante dell'amore: la Rosa incarna il fine di un tortuoso percorso iniziatico, simbolo del Fin'Amor, dell'Anima, della Conoscenza, dell'Amata, di Eros.

Questo è il Roman de la Rose,
Dove è inclusa tutta l’arte d’amore.
L’argomento è buono e nuovo:
Lo tenga Dio in pregio
Come colei per cui l’ho intrapreso,
La quale è tanto degna di essere amata,
Che dev’esser Rosa chiamata.
Le Roman de la Rose, XIII secolo, vv. 37-44.

L'identico senso si trova un secolo dopo in Dante (seguace della setta dei "Fedeli d'Amore" di derivazione templare): la rosa è simbolo della transizione o del passaggio necessari al raggiungimento della perfezione finale.

Nella Divina Commedia si giunge al paradiso attraverso La Rosa Mistica.

Simbolo chiave delle scuole ermetiche ed esoteriche occidentali ed orientali la rosa la si ritrova anche nella maggior parte delle tradizioni, soprattutto nella leggenda del sacro Graal dove l'ordine cavalleresco assoldato da Re Artù al fine del ritrovamento del Graal, la coppa che raccolse il sangue di Cristo, prende il nome di Ordine de La Rose Noire.

Sul piano della psicologia e del profondo, il Graal, calice della Salvezza e della santificazione, è un elemento femminile, simbolo della ricettività e della prodigalità, una sorta di utero spirituale per tutti coloro che si affidano alla dottrina segreta, ancora la rivificazione attraverso un processo alchemico di unione del femminile e con il maschile, in questo caso l'eroe che beve dalla sacra coppa.

Uno dei significati principali è quello che si riferisce al principio femminile o passivo della manifestazione, cioè a Prakriti, la sostanza universale; e, a tale riguardo, il fiore equivale a un certo numero di altri simboli, fra i quali uno dei più importanti è la coppa. Come quest’ultima, infatti, il fiore evoca con la sua stessa forma l’idea di un “ricettacolo”, ciò che di fatto è Prakriti in rapporto alle influenze emanate da Purusha, e anche nel linguaggio corrente si parla del “calice” di un fiore.” (René Guenon)

 

La rosa personificazione della primavera incarna la ritrovata gioia di vivere, la disponibilità al piacere e l'inizio di una incipiente fertile stagione e può essere un simbolo tridimensionale:

Alchemico, perché nella mano della Madonna simboleggia la conoscenza dei misteri della Grande Opera.

La rosa rossa, o dorata, appartiene alla Madonna nera ed è simbolo della rubedo, quando il cuore si trasforma nell'oro più puro, di cui il Cristo è la tintura.

La rosa bianca, insieme al giglio, veniva collegata all'opera al bianco, scopo della piccola opera, mentre la rosa rossa simboleggiava come detto l'opera al rosso punto finale della grande opera.

La rosa rappresenta il mitico Atanor, il leggendario ed emblematico crogiuolo alchemico degli antichi sapienti, sacro simbolo del segreto più sublime, alchemica manifestazione dei misteri della vita, poiché la Rosa, affine alla Scienza Sacra, può rappresentare per coloro che sanno interpretarla, la chiara rivelazione della "Vera Conoscenza".

Geometrico perché il numero dei suoi petali, 5, 8, 12, o 15, è messo in relazione con le corrispondenze sacre di Pitagora, con gli sviluppi dell'architettura (Notre Dame - rosoni) e con la matematica occulta (quadratura del cerchio). Il cinque è il numero della rosa e anche dell'Uomo con la U maiuscola, ossia dell'Uomo - coscienza del mondo.

E anche in architettura, dove la geometria è applicata, la rosa ha il suo peso. Nel rosone, elemento architettonico in pietra traforata o in vetro colorato delle chiese cristiane medioevali, sono presenti tutti questi significati: nella sua rappresentazione di ricerca interiore, di viaggio iniziatico, è posizionato nelle Cattedrali medioevali sulla facciata sopra l’ingresso, come punto di raccordo fra il sacro e il profano, ad indicare il punto di partenza della coscienza umana che, entrando nella casa di Dio, volge le spalle al mondo materiale guardando al punto di arrivo, l’altare, dove avverrà il ricongiungimento col Divino.

Iniziatico perché simboleggia la conoscenza integrale, l'illuminazione tramite l'apertura dei centri vitali. Infatti nel corpo umano esiste il riflesso del numero cinque proprio nel numero e nella posizione dei diaframmi:

PELVICO a cui diamo il colore ROSSO che divide le radici, le gambe dal tronco

PLESSO SOLARE a cui diamo il colore GIALLO che divide la maggior parte degli organi interni dal cuore e dai polmoni

TORACICO SUPERIORE a cui diamo il colore BLU che divide il tronco dalla testa.

SELLA TURCICA (membranoso) a cui diamo il colore INDACO che divide tiroide e ipofisi

FONTANELLA (membranoso) a cui diamo il colore VIOLA che divide mondo interiore e infinito

 

CERCHIAMO LA ROSA UN PO' OVUNQUE

Forse non sapete che Cleopatra portava sempre al collo un cuscinetto  di petali di rose e che cospargeva mobili e letti con i profumatissimi petali.

E come non vedere nella rosa rossa tenuta fra i denti di Rodolfo Valentino nel tango dei Quattro cavalieri dell’apocalisse o in Notte nuziale o in Sangue e arena il simbolo della passione travolgente?

Wanda Osiris scendeva le scale canatando "Sentimental - questa notte infinita - questa rea autunnal - questa rosa appassita... " lanciando sul pubblico rose rosse (senza spine) profumante di Chanel N°5

Fabrizio De Andrè ha scritto ne La canzone di Marinella "Vivesti solo un giorno come le rose" e anche Bocca di rosa.

Nel medioevo in Francia le prostitute, sacerdotesse dell'amore profano, erano obbligate a portare una rosa al seno, tanto che erano semplicemente chiamate "roses".

All’inizio del 1800, l’Imperatrice Giuseppina diede vita alla prima e più vasta collezione moderna di rose nei suoi giardini di Malmaison: ne coltivava oltre duecento varietà.

E tradizione lanciare agli sposi petali di rosa e riso all'uscita della chiesa.

E "obbligo" regalare una rosa rossa all'amata nel giorno di San Valentino.

 

E IN LETTERATURA LA ROSA SFOLGORA IN

Saffo quando la definisce «regina dei fiori, regina, grazia delle piante, orgoglio dei pergolati, rosso dei prati, occhio dei fiori, la sua dolcezza schiude l’alito d’amore, fiore favorito di Citera».

Anacreonte le risponde: "La rosa è l'onore e la bellezza dei fiori, è la cura e l'amore della primavera, è il piacere delle potenze celesti. Il figlio della bella Afrodite, prediletto della Citera, avvolgeva il suo capo di ghirlande di rose, quando andava a danzare nel giardino delle Grazie"

Una hurì sotto una pergola del Giardino del Cielo disse fremente:  “Nessuno mi ha mai parlato di quel che c’è sotto le stelle! Non comprendo che cosa sia l’alba, che cosa il tramonto, che siano il giorno e la notte. E quel che dicono Nascita e quel che chiamano Morte, mi danno stupore strano alla mente!” Così si fece onda d’aromi e alitò da un cespo di rose, scese dal cielo su questa terra fatta d’oggi e di ieri. Aprì gli occhi e si fece bocciolo; e sorrise un istante, e fu rosa e, foglia a foglia, lenta si sfece sopra la terra. E quando rivolò nel cielo, libera il piede dai ceppi, ne rimase, ricordo, un sospiro. E l’hanno chiamato profumo di rosa”

Ne La bella e la bestia in cui Bella chiede "solo una rosa" al padre che parte per un viaggio ricevendo il fiore riceve anche la possibilità di trovare l'Amore, essendo stata la rosa colta nel giardino del principe condannato nel corpo della bestia.

Troviamo le rose anche ne Il piccolo principe di saint-Exupéry: "Coltivano cinquemila rose in un unico, modesto giardino, e non trovano ciò che cercano. E pensare che quel che cercano lo possono trovare in un'unica rosa. Ma gli occhi sono ciechi, con il cuore bisogna cercare"

Anche ne La rosa mistica nel giardino del Re subentra l'allegoria del percorso iniziatico nella discesa fino al cuore attraverso le immagini dei tarocchi: infatti si conclude con la domanda del giovane re " O saggio, dove si trova la terra straniera dove sorge il tempio della conoscenza?" a cui in derviscio risponde "Volgiti al tuo cuore, in esso è celato il tempio della conoscenza umana, ma la chiave che ne apre la porta solo Dio può darla"

 

E ANCORA:

“Non c'è rosa senza spine." (Proverbio popolare)

"Non v'è rosa senza spine. Ma vi sono parecchie spine senza rose." (Arthur Schopenhauer)

"Le loro labbra erano quattro rose su uno stelo e nell'estate della loro bellezza si baciarono." (Shakespeare)

"Cosa c'è in un nome? Quel che chiamiamo rosa anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe sempre lo stesso dolce profumo."  (Shakespeare)

"L'Amore è come una rosa bellissima... Non si può pensare di coglierla senza pungersi." (Anonimo)

"Si può mai ricordare l'amore? È come evocare un profumo di rose in una cantina. Puoi richiamare l'immagine di una rosa, non il suo profumo." (Arthur Miller)

 “Se il tuo pensiero è una rosa, tu sarai un giardino di rose; e se è una spina, tu sei una fascina per il fuoco dell’hammam.” (Rumi, Mathnawi, Libro II)

Prima che il tempo iniziasse io bruciai e divenni cenere.  Mi tuffai nel fuoco e divenni una rosa, Con nostalgia chiamai il Suo Nome e divenni un cuore. (Shaykh Muzaffer Ozak al-Jerrahi)

"Se hai due monete con una compra il pane, con l'altra compra rose per il tuo spirito".

«Io non so se le brave persone tendono a coltivare rose, o se coltivare le rose rende brave persone» (Roland A. Brawne)

 

ROSACROCE

Confraternita mistica che fa risalire la sua nascita allo gnostico alessandrino Ormus nel 46 d.c. e ai suoi discepoli che, convertiti al cristianesimo, vi avrebbero fatto confluire l’antico sapere egizio: Christian RosenKreutz (nato in Germania nel 1378 e morto a 106 anni) sarebbe stato iniziato all’ordine, non il fondatore, pur afferendo il proprio sapere alchimistico scientifico.

Il termine designa uno stato spirituale che corrisponde ad una conoscenza d'ordine cosmologico: hanno infatti sempre avuto un piano di riforma universale, politica, religiosa e artistica il cui fine è il miglioramento del mondo intero.

Una delle loro regole base è il curare i malati senza compenso e ciò che ho sperimentato personalmente è il loro dono dell’invisibilità e la possibilità di parlare tutte le lingue.

Invitano chi vuole aderire alla confraternita a manifestare la loro intenzione, ma affermano che per diventare dei loro non si deve cercarli; saranno loro a trovare il nuovo adepto, se degno.

La loro sapienza si rifà alla tradizione Cristiana, ma anche alla Cabala, all’alchimia, ai Tarocchi e alle dottrine orientali induiste e buddiste.
 
Nella simbologia la rosa rosacrociana a cinque petali sta al centro della croce del Cristo rappresentandone così il suo Sacro Cuore: questo centro è dunque rivelato dalla congiunzione di due opposti, rappresentati dall'asse verticale e dall'asse orizzontale.

Il tratto orizzontale rappresenta il femminile (immanenza) quello verticale il maschile (trascendenza); su scala universale, il principio fenomenico e quello spirituale. 

Esistono anche altre interpretazioni del simbolo, che si riferiscono all'evoluzione spirituale dell'uomo: la Croce ne rappresenta il corpo fisico e la rosa la personalità psichica e mentale in sviluppo, come la rosa che si apre lentamente alla luce.

La conoscenza e la sapienza dei Rosacroce sono difficilmente eguagliabili: non solo perché furono Rosacroce le persone più influenti e geniali di tutti i tempi (da Dante, a Paracelso, Leonardo, Comenio, Galileo, Bacone, Bruno, Mozart, Nostradamus, Shakespeare, Leibniz, Cartesio, ecc...), ma perché, leggendo gli scritti Rosacrociani, si ha spesso l’idea che costoro abbiano realmente un grado di conoscenze più elevate della media.

 

GUERRA DEI CENT’ANNI (DELLE DUE ROSE)
Simbolo di elezione e di segreto non a tutti accessibile - si pensi al cuore delle rose intuibile eppur recondito e nascosto - la rosa divenne attraverso i secoli un emblema ricorrente in stemmi principeschi d'oltralpe oltre che nell'araldica inglese.

Nell'Inghilterra medioevale, una rosa bianca campeggiava sullo stemma nobiliare degli York e una stella rossa su quello dei rivali

Lancaster famiglie entrambe rami cadetti di Enrico II Plantageneto (ramo di ginestra): la lotta per il potere vide opposte le due famiglie e prese il nome di "guerra delle due rose"

Nel 1485 dal matrimonio di Enrico VII Lancaster con Elisabetta di York nacque la casta dei Tudor e con essa la pace: sullo stemma fu raffigurata una rosa screziata bianca rossa.

 

VORREI CONCLUDERE CON DUE POESIE A CUI SONO PARTICOLARMENTE LEGATA:

Rosa - Il vaso di Ilaria Gallinaro

Non ho bisogno 

di te, splendida rosa,

per dire un'altra volta l'armonia

meravigliosa e fragile del mondo.

Oggi ha più voce il vaso in cui riposi.

A me basta guardare come l'acqua

aderisce al vetro trasparente

per sapere che niente sarà mai

così perfetto come quel contatto

o lo sarà per un istante eletto

molto più breve 

di te, pallida rosa.

Mi basta per volere un'ora liquida,

esatta, in un cristallo 

intatto e per sentire

il tempo sanguinare goccia a goccia

dalla boccia incrinata in cui s'annida

la mia vita, e la tua, rosa sfiorita. 

Piana di Albidona, 17 luglio 2004

 

 

 

Clessidra di Chicca Morone

Nel lieve palpito

di un fiore che sboccia

c’è l’ultimo respiro

 di un vecchio che muore:

ebbro di vita,

ma ancora non sazio.

Torino, 21 febbraio 2003