Tratto da "Il mito" di Walter Friedrich Otto, casa editrice il melangolo, edizione del 2000.

 

È dall'età romantica che il mito non infiammava gli spiriti come oggigiorno. Ci sono sempre, è vero, i sostenitori del razionalismo andato, che interpretava il mito come una mentalità antiquata, giustificata finchè l'umanità era inesperta e più che pensare, fantasticava. Ma è degno di nota che la nostra epoca, da un lato apparentemente condannata ad una tecnicizzazione senza scampo, d'altro canto dimostra un rispetto invece completamente scomparso nella generazione precedente. Ciò verso cui c'era stato un atteggiamento critico e di rifiuto, ora si è nuovamente disposti ad ascoltarlo. Aumentano sempre di più le voci di chi vorrebbe riconoscervi, seguendo il modello di Hölderlin, anch'egli da poco riscoperto, una verità eterna, che ci coinvolge necessariamente nonostante ogni progresso scientifico.

Ma dove trovare il mito genuino?

Già gli Antichi hanno definito indifferentemente miti una gran quantità di idee e di narrazioni che apparivano loro importanti e che però contraddicevano, quanto alla loro forma, la verità naturale. Vennero chiamati miti non soltanto le antichissime sentenze concernenti gli dèi ed il loro essere ed agire simile all'uomo, ma anche le favole di Esopo, che avevano lo scopo di ammaestrate gli uomini ricorrendo ad animali parlanti, e via dicendo. Miti erano anche le storie fantastiche destinate a spiegare usanze antiche, istituzioni e modelli,  e che perciò vengono definiti eziologici. Il Socrate platonico racconta miti divenuti famosissimi per offrire un'immagine di ciò che oltrepassa ogni esperienza umana, ma osserva altresì esplicitamente che sarebbe insensato ritenere veri quei racconti (Fedone, 114 d).

Platone sostiene che tutti i miti, anche i più antichi, quelli che si trovano in Omero ed Esiodo, sono stati composti dai poeti.

E Socrate indica come compito dei poeti proprio quello di creare miti (Fedone, 61 b).

Anche nel caso in cui le narrazioni mitiche si presentano all'apparenza autonome, come ad esempio nei canti popolari, dobbiamo pur sempre ritenere che un tempo esse abbiano ricevuto una forma di parola da qualcuno che chiamiamo poeta o cantore.

Quando tuttavia applichiamo queste regole ai miti grandiosi ed antichi che ci provengo dai millenni della preistoria - e va subito chiarito che persino la divinità vi rientra, come forma  -, diviene visibile una differenza essenziale. I cantori e gli ascoltatori non credevano che questi antichi miti fossero le immagini di verità nascoste, ma la verità in quanto tale.

È quanto contiene già la denominazione greca, ancora oggi in uso presso le lingue europee; μýθος ed il suo contrario, λüγος, significano entrambi la parola. Ma logos è la parola in quanto pensata, sensata, persuasiva. E' per questo che il termine ebbe in sorte un cammino grandioso nella storia del pensiero greco, e che ancor oggi è indispensabile nell'intero ambito "logico". Mito significa invece fin dall'inizio, e, nel linguaggio più antico, in modo assoluto, la parola di ciò che è accaduto o che deve accadere, la parola che dà notizia di fatti ovvero che deve diventare un fatto con il suo essere pronunciata, la parola normativa. Il logos potè quindi acquisire dignità sempre maggiore, mentre il mito, che narrava delle storie che nel corso del tempo sembrarono essere non degne di fede, fu retrocesso a designare le invenzioni e le fantasticherie. Il significato del termine μýθος, si è così rovesciato gradualmente nel suo opposto. Era proprio esso infatti, inizialmente, a significare la parola vera, che non consente dubbi o inosservanze (anche se talvolta se ne potè abusare), la parola del testimone cui si appella o del signore che ordina, mentre λüγος stava ad indicare la parola ben meditata, e proprio perciò non semplicemente ammaestrante, ma anche convincente.

I miti antichi vogliono dunque essere compresi come verità piene, e questo a differenza di ogni altra cosa possa altrimenti essere considerata vera od esatta, sensata od utile, senza potere però esigere quel carattere esclusivo di dignità.

Proprio in questo senso i cosiddetti primitivi distinguono i loro miti, come verità sacre ed intangibili, da tutte le loro narrazioni piene di ammaestramenti e di ingegnosità, che pure noi definiamo mitiche in quanto non posso essere vere nel senso letterale del termine. La loro pubblica declamazione dev'essere separata, nel tempo e nello spazio, da quella dei veri miti (cfr. Pettazzoni, Dir Waheheit des Mythos, Paideuma 1950). E se, per parte nostra, nostra, non ci avvaliamo più di una differenza che si riporta alla dignità di fede, distinguiama pur sempre fra i miti primari e secondari. È infatti indubitabile che i racconti considerati di minor valore abbiano ricevuto il loro carattere sovrannaturale da miti sacri più antichi, benchè non possano più pretendere per sé quell' indiscutibilità di fede che questi ultimi possedevano.

Questi miti antichi, con le loro verità,contraddicono a tal punto il pensiero e la scienza razionali, che già alcuni filosofi greci, ad esempio Senofane e Platone, li esposero al ludibrio, come invenzioni folli o persino dannose.

Come va interpretato questo?

La strada più semplice, ed in effetti percorsa sempre continuamente dagli interpreti, consiste bel ritenere che quei miti fossero il prodotto di una mentalità primitiva, o comunque antiquata, inevitabilmente soggetta ad essere superata da un pensiero più maturo e più adeguato alle cose. Questa interpretazione cozza però nel modo più deciso, come abbiamo visto, con la determinazione essenzialmente originaria del mito, che lo differenzia nettamente, in quanto esperienza e rivelazione immediata e incontrovertibile, da mentalità di qualsiasi natura. Ed anche se volessimo ritenerla una mentalità, è proprio vero che sia stata superata?

Tralasciamo per ora le cosiddette superstizioni. La poesia si esprime ancor oggi miticamente, e continuerà a farlo finchè avrà vita. Essa si rifà a quelle figure che il mito ha tramandato. Qualsiasi cosa ne pensiamo, esse sono importanti per il poeta ben più di qualche fantasia, perchè sono in grado di rivelarsi vere, autonomamente, quanto alla loro forza avvincente.  Si presentano al poeta non soltanto occasionalmente, ma possiedono forza a sufficienza per dar vita, dopo millenni, a creazioni poeticamente significative. E ciò sarebbe incomprensibile, se veramente non fossero altro che il frutto di una mentalità primitiva e superata, e non piuttosto, com'è il loro caso, una verità rivelata ed incontrovertibile. Goethe, nella sua disputa con Jacobi, non ha forse solennemente dichiarato di essere, "come poeta ed artista, un politeista", di essere cioè a conoscenza, a confronto con quella scientifica, venisse considerata frutto della fantasia?

Veniamo così continuamente ricondotti alla verità del mito. Ma come intenderla?

Per venirne in chiaro dobbiamo avere ben presente, dei miti, non la loro molteplicità, ma quel carattere di fondo che li accomuna tutti.

Diciamolo tranquillamente: questo carattere di fondo è l'impossibile per l'intelletto. Tutti i miti ruotano attorno ad un nucleo di impossibilità. Ma questo impossibile, che ne costituisce il perno, è il dio! Il mondo del mito è il suo mondo.


Ciò che contraddistingue la letteratura dal prodotto editoriale è il sostrato sul quale si appoggia e si apre il testo: la saggistica, la poesia, il romanzo e soprattutto la critica oggi sono davvero in crisi, tentute il pugno dalle leggi del mercato, dove lo spazio comune è costantemente messo in discussione dalla morsa implacabile di chi non ha interesse a far circolare idee “rivoluzionarie” che potrebbero dare input libertatari a chi ne è già predisposto, ma che non trova riscontro fuori di sé.

La letteratura ha il compito di portarci attraverso le dinamiche di personalità vissute dai personaggi dei romanzi, di elaborare gli approfondimenti e le idee innovatrici contenute nei saggi, di cullarci con le parole che musicalmente accompagnano i concetti nelle poesie: un mondo parallelo nel quale le “Idee” sono matrici e aiutano il lettore nella comprensione e nell’indagine del proprio intimo.

Fëdor Dostoevskij, Thomas Mann, Kalil Gibran, Luis Borges, Luigi Pirandello, Oscar Wilde e molti altri ci hanno portato negli abissi del cuore umano mostrandoci una via da cui emergere o soccombere attraverso le storie dei loro personaggi: specchiando in loro le nostre debolezze o i nostri atteggiamenti più nascosti abbiamo imparato a cercare l’equilibrio, ma soprattutto a riconoscere la legge che regola la vita… perché la morale, per quanto in disuso oggi, è sempre presente nel nostro inconscio ed è implacabile.

Perché è questo il compito della Letteratura… tutto il resto è intrattenimento e a volte davvero inutile!  


La natura le fa streghe. È il genio della donna e il suo temperamento. Ella nasce fata. Il ritorno regolare dell’esaltazione la fa sibilla. L’amore la fa maga.

L’uomo caccia e combatte.

La donna gioca d’ingegno e di fantasia. Crea sogni e dei. In certi giorni è veggente: ha l’ala infinita del desiderio e del sogno. Per meglio computare i tempi, osserva il cielo. Ma il suo cuore non è meno attaccato alla terra. Fiore, china gli occhi sui fiori amorosi, e con loro si lega d’amicizia personale. Donna, chiede loro di guarire quelli che essa ama.

Semplice e commovente inizio delle religioni e delle scienze!

Col procedere del tempo cominceranno le suddivisioni: comincerà l’uomo specializzato, il giullare, astrologo o profeta, negromante, sacerdote, medico.

Ma al principio Donna è tutto.

Una religione forte e vivace, come fu il paganesimo greco, comincia con la sibilla, finisce con la strega.

La prima, bella vergine, in piena luce, lo cullò, gli diede l’incanto e l’aureola.

Più tardi, deluso, infermo, nelle tenebre del Medioevo, nelle lande e nelle foreste, fu messo in salvo dalla strega. La intrepida pietà di lei lo nutrì, lo fece vivere ancora.

Quanto le costa la sua fedeltà!

Regine, maghe della Persia, meravigliosa Circe! Sublime Sibilla! Che ne è stato di voi?

E quale barbara trasformazione!

Colei che dal trono d’oriente insegnò le virtù delle piante, e il percorso delle stelle, colei che a Delfi, raggiante del dio della luce, dava responsi al mondo genuflesso… dopo mille anni è cacciata come una belva, inseguita ai crocicchi, villipesa, lapidata, posta sui carboni ardenti!!

La Sibilla prediceva il destino. E la strega lo fa. Ecco la grande, la vera differenza.

Essa evoca, scongiura, fabbrica il destino.

Non è la Cassandra antica, che scorgeva il futuro e lo attendeva.

La strega crea il futuro.

Meglio che Circe, meglio che Medea, ha in mano la verga del miracolo naturale, e per aiutante la sorella natura.

 Essa ha i lineamenti del moderno Prometeo: LA STREGA RUBA IL FUOCO.

Al contrario della Sibilla, che sembrava contemplare l’aurora, essa contempla il tramonto.

Ma appunto questo tramonto e questa notte dà, molto prima dell’aurora, un’alba anticipata del giorno.

 

(Jules Michelet, La strega, ed. Einaudi. Dall’introduzione).

 


  

ALCUNE CONSIDERAZIONI

di

Albano Martin della Scala

 

René Guénon nella sua opera Il Re del Mondo nel capitolo VIII scrive: “Il periodo attuale è dunque un periodo di oscuramento e di confusione; le sue condizioni sono tali che, finché  persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta; da qui il carattere dei «Misteri» dell’antichità detta «storica» (la quale non risale neppure all’inizio di tale periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono una iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma non ne offrono che l’ombra quando lo spirito di tale dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per ragioni iverse, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo si è ormai rotto, ciò che è il senso più  specifico della perdita della tradizione, quello che concerne in particolar modo questo o quel centro secondario, che cessa di essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo. Si deve dunque, come già dicevamo sopra, parlare di qualcosa di nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non per tutti è perduto e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire la loro intenzione sia diretta in modo che, attraverso le vibrazioni armoniche che risveglia secondo la legge delle «azioni e reazioni concordanti» essa possa metterli in comunicazione spirituale effettiva con il centro supremo. Questa direzione ell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero «Centro del Mondo»”...

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