PAROLE D'ORDINE

 

 

Ristabilire il primato della poesia esaltarne la funzione eroica dare un segnale di riscossa di rinascita Il Mitomodernismo è apertura verso un nuovo orizzonte dove mito e anima anima e linguaggio linguaggio e cosmo sono un unico poema. Giuseppe Conte

 

 

Mentre le lettere e le arti contemporanee paiono arroccarsi su se medesime (si veda il concettualismo) e sull’insignificanza minimalista il mitomodernismo tende a fare risorgere l’energia simbolica veicolata dai miti antichi aprendo così il linguaggio al sublime tragico dell’esistenza alle tremende forze della natura e alla bellezza infinita dell’Universo.   Tomaso Kémeny

 

 

Salviamo Bisanzio salviamo le albe gli azzurri i monti gli antichi porti nei cuori fiorisca la voce della sera Scagliamo al mare riserve e esse da est a ovest sia subito sfida.         Massimo Maggiari

 

 

Dal mistero nel mistero al mistero. Angelo Tonelli

 

 

“Il gesto di Callicle è attuale: il bello della vita sta nello 'os pleiston epirrhein' ('nel versare il più possibile') “.  Roberto Carifi

 

 

“... magari la Bellezza  è quello delle povere lucciole di Leopardi, insultate e calpestate... ma è anche quella voce che ci parla da non so dove. Per questo l'amiamo e continuiamo a cercarla...”. Roberto Barbolini

 

 

“32.000 annifa compaiono le prime immagini nelle caverne istoriate... si tratta dell'emergere di un prodigio fuori dal tempo: la bellezza”. Gabriella Brusa-Capellini

 

 

“Nel Mitomodernissmo rinasce la volontà ispirata ('Fight for Beauty') di estrarre il Reale dal suo silenzio attraverso la finzione del mito.” Adele Succetti

 

 

Imporre la poesia come forma privilegiata di conoscenza, non più ai margini, nel regno del decorativo o dell'intrattenimento giullaresco, ma al centro di tutti gli universi possibili.  Lorenzo Scandroglio

 

 

Oggi la bellezza è sulla bocca di tutti, passa di forma in forma: da uno slogan al marketing, da uno spot alla pubblicità, dalla trasgressione dell'anti-arte, ubbidiente e rassicurante, alla sua consacrazione immediata in arte... ma la bellezza della letteratura “assoluta”, 'Inutile', sbeffeggiata come esoterico incantesimo, enigma rabdomantico di riti, cabale e miti dall'intelligenthia della nostra società letteraria, continua a vivere, indenne alle mode e ai vilipendi... Isabella Vincentini

 

 

 

 


 

 

Parole d'ordine per il commando lombardo

 

 

  1. Affidarsi, senza riserve, alla potenza dell’immaginazione creativa.
  2. Eleggere Santa Croce a centro cosmico della rinascita della bellezza e dell’arte.
  3. Affermare la verità della poesia e dell’arte con un gesto inconfutabile.
  4. Azzerare la corrotta vecchiaia del mondo.
  5. Sfidare l’arroganza delle spettacolarizzazioni plebee e televisive.
  6. Aprire il cuore del tempo dissacrato a un raggio di bellezza.
  7. Opporsi alla cecità delle forze che avvelenano l’aria, l’acqua, la terra.
  8. Dire addio ai vezzi dell’apparenza per affrontare gli abissi dell’essere
  9. Mantenere elevato il costo della poesia: per essere scritta richiede tutto l’universo   nel suo splendore, tutta la vita nella sua urgenza inarrestabile.
  10. Ritornare al caos sublime per fare rigermogliare le figure del tempo.

 


 

Partitura per il gesto inaugurale

di

Tomaso Kémeny

 

...

O Musa che esci con i capelli in fiamme

dalla favola nera del ‘900

celebra nuove nozze fra cielo e terra

all’innalzarsi miserabile e meraviglioso

dei palloncini

della poesia della ridestata modernità.

(Il cielo di Firenze vola oltre il visibile. Si ode la

voce delle Muse, voce dell’incommensurabile)


 

Il discorso

di

Tomaso Kémeny

 

 

 

Nonostante l’approssimarsi dei Cavalieri dell’Apocalisse, in uno spazio esistenziale sul punto di ridursi a un deserto di scorie bagnate da mari marcescenti, il rinnovamento della civiltà è possibile. Ma il culto dell’utile immediato e il bombardamento di immagini desacralizzanti determina il Disagio delle Muse.

Per questo è necessario riconquistare S. Croce all’indifferenza dei più, per manifestare la devozione ai grandi che rendono il nostro paese insostituibile come presenza poetica nel mondo.

Da qui la parola-gesto dei poeti si diffonderà secondo un crescendo cosmopolita; da Firenze, sede terrestre del rinnovamento cosmico secondo i criteri della bellezza.

Il rituale in atto elegge Firenze e polis ideale, nel luogo dove le Grazie torneranno per realizzare il mito moderno della democrazia, trasformando il volgo post-moderno in cittadini di una comunità democratica mondiale. La libertà di ognuno è legata alla sovranità popolare, così come la libertà dei popoli è vincolata alla sovranità delle minoranze etniche ancora oggi martoriate e oppresse.

Le Grazie esigono quella trasparenza morale che non ammette la scaltrezza delle consorterie. La rinascita della civiltà da oggi è affidata all’eroismo di ogni singolo cittadino (basta con i ladri di stato e con gli evasori fiscali). Come la bella addormentata si sveglia al bacio del principe, così l’ala vertiginosa della poesia ridesterà l’anima dei cittadini e la tensione cosmica si sostituirà alla cosmesi e alle maschere dell’ipocrisia sociale.

Solo un raggio di bellezza potrà illuminare il nuovo sentimento di responsabilità del domani.

Ogni verso richiede l’incremento dell’energia naturale e il rinnovamento delle sue forme di manifestazione. Nella nostra vita invasa da un mondo di simulacri di superficie, una nuova sensibilità mitica potrà liberare le figure del profondo, fonte dell’inesauribile e generosa energia che porta la specie umana a “passeggiare sovra le stelle”.


 

Il mitomodernismo e il neo-antico

di 

Tomaso Kémeny

 

 

   Se “la bellezza è sempre verginale nel suo apparire e non viene segnata dal passare del tempo”, è perché le immagini belle, visive, sonore e ritmiche con il loro alone semantico irrompono dall’ignoto evitando la concettualizzazione totalizzante, disserrando residui arcani nel testo poetico, narrativo, pittorico e musicale, nonché nella percezione vincolata alla fenomenologia esistenziale. Ma, come esplicita Stefano Zecchi, la bellezza non è solo oggetto della nostalgia dell’armonia e della perfezione classiche, quindi non si tratta di una cosa perduta nella casa del desiderio, ma è un ideale che sola è in grado di produrre quella tensione simbolica che è all’origine dell’esistenza autentica, quella che apre al dubbio, quella che incentiva, spinge all’azione perché un’ideale inedito si realizzi nel mondo.

   Il mitomodernismo, innanzitutto, si oppone all’ironia integralmente decostruzionista, nichilista, antiutopica di coloro che sistematicamente evocano l’agonia della nostra  civiltà, a volte con atteggiamento manierista, a volte con vessazione apocalittica, con una tensione intellettuale che ha per fine il niente, e confina nel ridicolo ogni tendenza alla rigenerazione. Per il mitomodernismo la bellezza è in grado di consentire l’esperienza della totalità dell’esperienza nell’enigmatico frammento poetico-artisitico simbolizzante.

   In questa prospettiva il mito non è solo la forma del pensiero primitivo e selvaggio, ma racchiude una conoscenza che si colloca al di là della divisione mal posta tra razionale e irrazionale, il mito manifestandosi come una vera e propria memoria occultata dell’umanità. Si tratta di un sapere che contiene le domande sulle origini e che storia, filosofia e scienze ripropongono alla loro maniera, anche se ne vogliono abolire il linguaggio figurato .

   Diversamente dalle religioni storiche e dalle ideologie che riducono, rattrappiscono e velano i miti in nebbie dogmatiche, il mito, trasfigurato radicalmente in rapporto al contesto storico-sociale, favorisce l’irruzione del sacro nel tempo storico-fenomenologico e con la sua energia metamorfica apre l’immaginazione a vere e proprie avventure con un effetto non di deriva derridiana ma di destino.

   Diversamente dal pensiero etnico “che ci radica alla terra, a un centro fisso del mondo, separandoci e mettendoci gli uni contro gli altri... il pensiero mitico è circolare, ricollega, unisce sottolineando sempre ciò che riporta a origini comuni, a una primigenia fratellanza cosmica. Il mitomodernismo favorisce l’impulso a liberare l’energia metamorfica del mito nella nostra vita, nel nostro linguaggio, nell’anima nostra...a rovesciare ogni equilibrio imposto, ogni convenzione compromissoria, ogni struttura statica.

   Oltre alla rivalutazione della categoria estetica del bello, tempo fa relegata nel cimitero del “passatismo” e dell’ideologicamente sospetto, il mitomodernismo rivaluta come fondante la categoria del sublime, inteso come dettato inevitabile dell’esigenza di libertà individuale e che si realizza nel reclamare che ciò che esiste e si vive sia bello e buono. Contro l’omologazione fonte della massificazione globale, il sublime nell’ottica mitomodernista si manifesta sopra o sotto la miseria del probabile linguistico. Se si realizza oltre il premasticato comunicativo, allora si manifesta esaltando serie di contenuti irriducibili a una semantica che non sia immaginaria, spalancando finestre su aspetti dell’ancora ignoto, oltre i confini dell’immaginato e del rappresentabile. Se, invece, si concretizza nel rifiuto alla dialettica dell’oltrepassamento verso l’alto, allora, nella nostra epoca del brutto dominante, istituzionalizzato e del kitsch tecnologico-mercificato, destruttura i medesimi brutto e il kitsch nel ributtante, nell’orrido e nel mostruoso.

   Fin dalla mia adolescenza percepii l’energia immanente alla lingua tesa a eguagliare-somigliare alle dimensioni sublimi dell’universo, energia tesa alla infinitizzazione del verso, secondo quella enèrgheia estrema che sola è in grado di portare l’infinito nel finito. E così mi ritrovai in sintonia con Platone per quanto concerne l’idea dell’entusiasmo: “E colui che senza furore bussa alla porta delle Muse, pensando che basti l’arte a renderlo poeta, non conseguirà l’intento, e la poesia di chi ragiona sarà eclissata da quella di chi è posseduto”.

 Si veda il mio “Mi domandi” del 1959:

Mi domandi

“Come puoi tu comporre

versi

turbarti davanti a parole,

mentre per te è caduto il Padre,

e l’Amico porta le tue

catene?

Come puoi al petto

stringerti

la morbidezza della

tua solitudine

ed in essa ammirarti?”

“So che la mia risposta

t’offende;

ma alla mia finestra

talvolta, dopo lunga giornata,

ridestarsi vasto di stelle

e vedo i tetti smarrirsi

nella luna

e le strade deserte

e il cielo

                 Ascolto

                 l’immensa solitudine

                 e la sua voce

                                      alla mia somiglia

 

  Roberto Carifi, nel 1979, così evocò la scrittura sublime “... passaggio dal comunicabile all’ignoto, secondo un volo indicibile nel tempo indecifrato e nel luogo dis-locato della distanza tra la polvere del mondo e la chiarità dell’etere e sottolinea l’attualità del gesto di Callicle che identifica il bello della vita nello 'os pleiston epirrhein' (‘nel versare il più possibile’)”  Lorenzo Scandroglio, a sua volta, osserva “... qui, nell’eterno presente del mito, dove passato e futuro convergono nell’attimo di una folgorazione... la poesia si impone come forma privilegiata di conoscenza, non più ai margini, nel regno del decorativo e dell’intrattenimento giullaresco, ma al centro di tutti gli universi possibili.”

   Giuseppe Conte, alla fine degli anni settanta, profetizza l’imminente rinascita di un grande desiderio di vita fluida, nomade, corporale che investirà la poesia, la libererà dalle ultime canaglie sanguinanti, quelle della coscienza infelice, che vorrebbero farle portare dei pesi. Poiché la poesia sa la dedizione, ma quella che nasce dall’impossibilità e dall’estasi: conosce la danza, l’irresponsabile debolezza, l’energia delle vibrazioni che il nostro corpo ha in comune con quella della terra e del sole. Non se ne può più della gente che crede solo in qualche cosa, della gente ancorata al proprio ego, rimuginante sulla propria infelicità intellettuale e storica, incapace di dono, di leggerezza, di debolezza, di amare tutto senza chiedere niente – che è l’unico modo non ripugnante di amare.

  Già negli anni ‘70, al tempo dei seminari presso il Club Turati di Milano, ancora Giuseppe Conte contro le asettiche sperimentazioni dell’avanguardia e del riduzionismo strutturalista, osservò che “il corpo della poesia non è solamente il suo linguaggio, figure, stile, metro, ma il corpo della poesia è il corpo del sogno...”. E Gabriella Galzio, in La discesa delle Madri, rievocando il sistema simbolico vincolato al femminile e alla percezione cosmica del corpo, vede nell’esasperata competizione egocentrica occidentale un motivo della perdita del sacro e della decadenza nelle lettere e nelle arti. Quindi, nel 1998, con Danilo Bramati, Gianpiero Marano e Marco Marangoni fonda la rivista “Fare anima”, col progetto di rifondare la poesia e la civiltà secondo il mito di Eros che sveglia l’anima aprendola alla visione rigeneratrice.

   Contro la disseminazione poligrafica del postmoderno, il filosofo Mario Perniola, negli anni ‘90 rivendica al neo-antico il compito di rivalutare “il corpo per affermare la molteplicità irriducibile ad un unità indifferenziata dei testi, dei corpi, delle culture, il neo-antico preservando il carattere dei singoli corpi etnici, culturali e sociali per sottrarsi alla costante restrizione e contrazione delle attività culturali di fronte all’avanzata dei mass-media e delle scienze, fenomeno che implica la perdita dell’oggetto, l’annullamento del dato sensibile, la riduzione all’essenziale minimale delle arti”.

   Il mitomodernismo acquista una risonanza sciamanica nelle azioni rituali del pensatore sapienziale e poeta Angelo Tonelli, nel Golfo dei Poeti, a Lerici, e di Massimo Maggiari, a Charleston, nel South Carolina. Importante il lavoro teorico sul simbolo di Tonelli che affermò che “’i simboli’ sono detti ‘bellezze ineffabili’: viceversa le ‘bellezze ineffabili’ sono ‘simboli’, ovvero strumenti di ricongiungimento (“symbàllein”). Con che cosa? Con l’invisibile radice di tutte le cose. La bellezza è ‘il visibile delle cose invisibili’. È il modo in cui il Divino si manifesta all’umano e prende coscienza di sé attraverso l’umano che di esso è una forma. Lo sguardo della bellezza è uno sguardo che unifica”. Per Tonelli l’origine è “Kosmos” l’ordine metamorfico di Orfeo e l’uomo contemporaneo che trascura volutamente il valore dell’armonia cosmica è destinato al distruttivo Khaos e alla perpetua e assoluta follia che chiama “realtà”. Ma la “realtà” è debitrice al Mito che non ha passato e futuro, essendo un divenire perpetuo che richiede, tra l’altro, il rinnovamento radicale del politico.

   In “Sui sentieri del mitomodernismo” affermai che “l’arte e la poesia vera sono liberi da ogni interesse, sono finalità senza secondo fine, trascendono e si oppongono a un mondo di falsità, a un universo taroccato non solo per borse, orologi, nasi, seni, ma anche per le opere come quelle di Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Jeff Koons, il cui unico valore sta nel prezzo a cui riescono a venire vendute. L’arte e la poesia vera tendono a liberarci dall’inessenziale e ci rivelano come il mondo dovrebbe, o comunque, potrebbe essere. Nel flusso indifferenziato delle apparenze, il bello impone quella discontinuità che apre lo spazio alle differenze necessarie per sempre nuovi sentieri che tendano verso utopiche dimensioni.

   Nella tradizione mito-poietica italiana giganteggia la figura di Ugo Foscolo, che evocò il sistema simbolico politeista in cui Amore “infiammava tutti i gli abitatori della terra di ardenti passioni, simili a quelle che tuttavia imperversavano tra le belve e i cannibali. Venere... simbolo della natura universale, mossa a pietà del genere umano, vedendo che essa non era capace di migliorare e perfezionarsi, creò le Grazie...”.

   La prima azione mitomodernista si concretizzò a Riccione (29-30 aprile 1988). Rosita Copioli, Giuseppe Conte, Mario Baudino, Roberto Mussapi, Stefano Zecchi, l’autore di questo testo, T. K., rievocarono La Nascita delle Grazie elaborando le 19 Tesi sulla vita della Bellezza, tesi che qui riportiamo:

Ogni fattore negativo e distruttivo nella nostra società è sempre emanazione di forze estranee alla bellezza.

La bellezza è difesa biologica contro la distruzione della specie.

L’estetizzazione del mondo si fonda sull’insubordinazione del bello. Gli avanguardismi sperimentali che hanno lottato contro la bellezza hanno finito per assoggettare l’arte all’ordine borghese.

 

Sperimentazione e tradizione sono inseparabili nella bellezza sempre viva.

Nessun pugnale colpisce più a fondo il cuore di un uomo di un punto messo al momento giusto.

‘Trobar clus’ per la genesi permanente del cosmo. Habitat del poeta è il caos sublime.

L’arte è il sogno sostenuto dallo specchio della natura simbolica.

La bellezza è nella sacralità politeista. L’arcadia è la degenerazione borghese della bellezza.

Il sacro fuori dalle confessioni come la magia fuori dagli occultismi.

Aderire senza condizioni alle esigenze dell’immaginazione significa anche affermare l’apparizione della bellezza sublime.

Lo scrittore aiuta la vita a ricostruirsi negli interstizi del sogno.

L’energia è l’immaginazione: la poesia è trasformazione concreta.

La natura è corrente d’energia metamorfica che da un punto sconosciuto muove verso un punto inconoscibile.

Il mito è il linguaggio sovrapersonale e sovratemporale con cui l’universo parla di se stesso. Non è il passato, ma è il futuro la coscienza cosmica dell’umanità.

L’eroe è colui che getta al di là del dolore e della morte un gioioso sguardo di assenso. È colui che dalla propria disgrazia privata e storica fa forza, anima, energia divina.

Il ritorno non è regresso ma la prima forma di identità.

Prova a rileggere la storia introducendo il concetto di destino.

La poesia non è figlia illegittima del tempo, ma Big Bang.

Il nichilismo è il cancro del XX secolo. Questo secolo nichilista è quello che ha anche accettato il brutto nella forma dell’arte e il cattivo gusto nell’esperienza quotidiana.

 

   A vent’anni di distanza Silvia Pireddu commentò la Tesi N° 14, come segue: “... si tratta di una sorta di ricerca ‘istintuale’ di un’Arte veramente universale. È la volontà di confermare il ‘permanere’ del creare, la capacità dell’arte positiva di resistere come il linguaggio profondo dell’Uomo, come ‘coscienza cosmica’ di un’Arte che nonostante tutto crea e lo fa per dare e dire Vita”.

   Mentre nella primavera del 2013 a New York, nella città che decreta il successo mondiale di un’opera d’arte, gli artisti giocarono con l’antico, e, per esempio, Jeff Koons espose una scintillante e smeraldina “Venere Metallica”, in acciaio inossidabile lucidato a specchio, e non contento presentò pure la serie “Antiquity”, dove decora con una pioggia di scarabocchi fotografie gigantesche di statue di divinità greche, facendole emergere da uno sfondo puntinato multicolore alla Lichtenstein, tendendo così ad abbassare la bellezza classicamente definita al livello della volgarità dilagante fondata sulla speculazione artistica contemporanea, vilmente stuprando lo splendore e l’energia sprigionata dall’arte autenticamente mitica, il 28 marzo del 2013, presso la Casa della Poesia di Milano progettai e realizzai l’evento che annuncia la nascita di una Grazia nuova.  

   La nostra società non solo non essendo migliorata, perfezionata, ma è addirittura pervasa da un’epidemia pestilenziale in grado di far sprofondare l’Italia intera secondo le modalità di una catastrofe morale ed estetica tanto da sperperare l’eletta tradizione italiana, di millenaria elaborazione. Questa intollerabile situazione rese necessaria la nascita simbolica della quarta Grazia, incarnazione di un’utopia in grado di segnare sentieri verso un futuro determinato dalla rivolta mitomodernista. La serata intitolata Danza e Poesia – per il primato della creatività nella bellezza e nella giustizia da me curata, fu introdotta da una poesia mia da me medesimo letta e un’altra mia letta dall’attore Franco Sangermano:

                             

 Ho perso il mio popolo?

“Il poeta è un morto che cammina

se non ha il suo popolo a seguirlo

sul sentiero aperto dalle sue visioni”,

così nell’ombra che precede il giorno

pensò il poeta costruendo quel caos

da cui potesse sorgere l’epoca

del rinnovamento e poi disperato:

“Sono l'uomo di niente

smarrito nella massa

di consapevoli consumatori

sempre più sprofondati nel vuoto”.

Voce del Mondo

“Sappi che pure ti sei una nullità

tutto ciò che pensavi di potere capire

è crollato e sei una vociante tabula

rasa imprecante sui sentieri

di guerra della vana utopia”.

Voce della Terra

“Nessuno può vantare il tuo sembiante

se non angelo o santo. Poeta

canta quanto è lungo il tuo giorno

la favola del diluvio in fiore

e col coraggio della disperazione

prepara l’apparizione della quarta

Grazia, ripeti la leggiadria del suo

incedere finché non condivida

con tutti la visione

che incendierà la neve impalpabile

della resurrezione del genio umano

in grado di procurare il pane

della giustizia e l’acqua dell’impossibile

appagamento.”

 

 

E poi la voce di Franco Sangermano interpretò i seguenti versi:

 

La quarta Grazia

Fu Venere a emergere dai flutti

con lo splendore delle origini

di cui Aglaia porta il nome

con la gioia vitale designata

come Talia che pulsa

nelle vene dei corpi in godimento

e con l’inesausta voglia di giocare

e rallegrare le Muse nel peplo

dell’armonia avvolte, Eufrosine.

 

Ma la contemporanea ostilità

a Venere, prostituita, e alle Grazie

permise ai crimini e alla cupidigia

di onori e di sproporzionati lussi

a consegnare il mondo

all’egemonia del Brutto e del deforme.

 

Questa sera la rivolta appare

in forma di danza

con l’apparizione della quarta grazia,

di lei che saprà tutelare

gli affetti sociali

sorti dal reciproco bisogno;

ricondurrà gli uomini postmoderni

all’idea del bello che congiunge

il Padre cielo alla Madre Terra

e con Lei rinascono le Grazie

liberate dal giogo centenario

germoglianti nella rinnovata

armonia, segreta origine

degli affetti più delicati e intensi

e dalla vivacità dell’ingegno

in grado di mantenere

la promessa arcana

di una creatività

a cui non importa il resto.

 

E Venere riattraversa il muro mortale,

sfidando i demoni che vogliono

prostituirla ancora, e ancora

e le vogliono succhiare il sangue

per lasciarla marcire nel proprio splendore.

Ma Venere lascia dietro di sé

la Morte e guida invisibile

la quarta Grazia, la mitomodernista,

a sfidare con le sorelle

la legge dell’utile immediato

e nessuno

la contempla senza vertigine

perché lei affronta a viso aperto

la mostruosa fiumana di corruzione

e della decadenza, esibendo

come filigrana sublime, la libertà

creatrice. 

 

   Seguirono le danze delle tre Grazie, Aglaia (Adelina Voskonian), Eufrosine (Debora De Cicco) e Talia (Cinzia Scarcelli). Al culmine delle loro evoluzioni rituali, finalmente giunse il momento epifanico dell’apparizione di Aurora (incarnata da Marina Aurora) che, simbolizzando l’irrompere della sacralità necessaria alla rinascita morale ed estetica dell’Italia, offrì alle labbra dei poeti e scrittori Roberto Barbolini, Gabriella Cinti, Marina Corona, Simonetta Longo, Francesco Macciò, Beppe Mariano, Paola Pennecchi, Carmelo Pistillo, Fabio Prestifilippo, Ottavio Rossani, Quirino Principe, Luigi Scala, Silvia Tomasi, Silvia Venuti e a me medesimo un sorso del vino dell’immortalità versato da una scintillante coppa forgiata da Venere.

   Il rituale si completò con la lettura di testi votivi dei precedentemente nominati, e a chi riuscì la necessaria sospensione dell’incredulità fu pervaso dall’energia mitica che lo confermò cittadino dell’Universo. Di fatto il mito è la storia del sogno che l’Universo fa di se stesso attraverso il nostro linguaggio .

   La nostalgia di un futuro fondato sulla bellezza, 25 anni fa’ mi ha portato a definire, come slogan mitomodernista, il motto “Fight for beauty!” (“Combatti per la bellezza!”) e non si devono scordare le voci di alcuni valorosi combattenti, come quella di Isabella Vincentini: “Censurata e respinta ogni idea del bello estranea al modernismo progressista, solitaria e in rivolta, oggi la bellezza è diventata liquida, è sulla bocca di tutti, passa di forma in forma: da uno slogan al marketing, da uno spot alla pubblicità, dalla trasgressione dell’anti-arte, ubbidiente e rassicurante, alla sua consacrazione immediata in arte. In questa confusione estetica dell’esibizione e del divertimento a buon mercato, della mediocrità e della violenza gratuita di inutili provocazioni e di banali giochi infantili, la bellezza è la fata turchina che compare e scompare, si connette e si disconnette nell’omologazione planetaria. Ma quando mai la vera arte è stata specchio del sociale?... Ma la bellezza della letteratura assoluta, “inutile”, sbeffeggiata come esoterico incantesimo, continua a vivere, indenne alle mode a ai vilipendi, e continua a cercare il bello in dialogo da sponda a sponda.

   Come quella equilibrata e ironica di Roberto Barbolini: “Per difenderla sul serio, la bellezza, non basta certo proclamare la sua eterna permanenza extratemporale o metastorica, mentre la testa di marmo del Carducci annuisce grave e compunta... La bellezza perduta non deve diventare un alibi di avvocati delle cause perse, per giustificare la propria insufficienza scambiandola con quella del mondo e così poter incolpare la nequizia dei tempi... Magari la bellezza è davvero oggi quella povera lucciola del Leopardi insultata e calpestata. Ma è anche quella voce sconosciuta che ci parla da non so dove. Per questo l’amiamo; amandola, continuiamo a cercarla. E, cercandola, non smettiamo di averne paura”.

   E ora riascoltiamo le parole di Luisa Bonesio: “Quotidianamente ci troviamo di fronte, in ogni angolo del territorio italiano, a un coacervo di edifici, strutture, oggetti e segni eterogenei, occasionali, contraddistinti da logiche formali e funzionali differenti, in una ridda di segnali che producono cacofonia estetica, disorientamento percettivo, difficoltà di riconoscimento dell’insieme... Da un punto di vista teorico, tutta questa fenomenologia può essere ricondotta alla progressiva perdita di interazione armonica con i luoghi... Ne risulta una decontestualizzazione, l’effetto ottundente e ripetitivo, l’immoralità e l’anomia che finisce per coincidere con regimi di violenza e sopraffazione, oltraggio alla natura e alla bellezza (il junkspace), la morte delle identità che produce o è prodotta dalla genericità indistinguibile delle città senza storia.”

   Antonino Bove parteggia per l’impersonalità: “Nella nostra ottica il sentimento di bellezza, sia esso estetico che erotico, si stempera e si fonde in una visione cosmica di impersonale sublimità. La bellezza che sogniamo è poligama, eterosessuale, libera da canoni, forme codificate, anonima, quasi estranea a noi stessi, mortali”. Gabriella Brusa-Zapellini osserva gli abissi del tempo: “32.000 anni fa compaiono le prime, splendide immagini naturalistiche delle caverne istoriate. Accanto al nomadismo figurativo degli animali dipinti che mescolano le loro linee di contorno in modo vorticoso e caotico sulle pareti irregolari delle grotte e dei ripari sotto roccia, sono ancora presenti però gli strumenti litici regolari, dalle linee pure e speculari, eredità di quel passato ancestrale che, ancora sospeso fra umanità e animalità, ha scandito i ritmi lenti e millenari dell’emergenza di un prodigio fuori dal tempo: la bellezza dell’arte”.

   Angelo Lumelli sottolinea l’importanza dello “spensare”: “Il panico di fronte alla bellezza viene retto attraverso la costituzione di un luogo capace di essere senza pensiero... Questo è ciò che la poesia dà in pegno per liberarsi del discorso”.

Pietro Rabolli, un medico eccezionale, parte dalla salute per dire che “La salute è un equilibrio, la bellezza è soggettività... Bisogna sì considerare il corpo come bellezza, ma non separato dalla mente, dall’anima, dalla psiche”.

   Adele Succetti, psicanalista lacaniana ascolta i rapporti contemporanei con l’Altro: “Dal novecento in poi, ovvero nell’epoca in cui è più evidente la non esistenza di un Altro completo, pieno, riconducibile ad un unico principio (sia esso Dio o ogni altro significante padrone), assistiamo a un vero e proprio pullulare di oggetti artistici che hanno fatto cadere diverse “barriere”, oltre a quella del Bello. Superata la barriera del Bello, essi si presentano come oggetti reali, senza velo, talvolta “brutti” ma spesso ironici nel senso che come la psicanalisi essi vengono a interrogare i dettami del mondo contemporaneo, la finzione assunta dagli oggetti nel mondo del cosiddetto capitalismo avanzato. Nel Mitomodernismo ci pare di ravvedere, invece, una volontà- per così dire “ispirata” (“Fight for beauty!”) - di estrarre il Reale dal suo silenzio, attraverso la finzione del Mito, mentre la Bellezza è, per un poeta quale Kemeny, una vera e propria ‘urgenza di riorientamento senza percorsi prestabiliti verso il futuro’”.

   Il 5 agosto del 1994, sulle pagine de “Il Giornale”, Giuseppe Conte e Stefano Zecchi, discutendo aspetti della cultura contemporanea e sulla missione della poesia, presentarono le Nove Tesi del Manifesto del Mitomodernismo:

 

Facciamo dell’arte azione, la sua forma visibile sia la bellezza.

La bellezza è profonda moralità, il brutto è immorale.

Opponiamoci all’avanzare della decadenza, che è dove l’arte rinuncia all’essenza della sua creatività.

L’estetica è il fondamento di ogni morale.

Il mito riporti tra noi anima, natura, eroe, destino.

L’eroismo è sintesi di luce e di forza spirituale.

La politica abbia il primato sull’economia, la poesia abbia il primato sulla politica.

Il nuovo è il gesto che ama il presente, è aderire all’incessante metamorfosi del cosmo.

Impariamo a sperare laicamente.

 

   Il primo ottobre del 1994 vergo le “Parole d’ordine per il commando lombardo”, commando di poeti e di artisti da me guidato:

Affidarsi, senza riserve, alla potenza dell’immaginazione creatrice.

Eleggere S. Croce a centro cosmico della rinascita della bellezza e dell’arte.

Affermare la verità della poesia e dell’arte con un gesto inconfutabile.

Azzerare la corrotta vecchiaia del mondo.

Sfidare l’arroganza delle spettacolarizzazioni plebee e televisive.

Aprire il cuore del tempo dissacrato a un raggio di bellezza.

Opporsi alla cecità delle forze che avvelenano l’aria, l’acqua, la terra.

Dire addio ai vezzi dell’apparenza per affrontare gli abissi dell’essere.

Mantenere alto il costo della poesia: per essere scritta richiede tutto l’universo nel suo splendore, tutta la vita nella sua urgenza inarrestabile.

Ritornare al caos sublime per fare rigermogliare le figure del tempo.

 

  Si trattava di occupare la basilica di S. Croce a Firenze assieme al commando ligure capitanato da Giuseppe Conte. Ma da tutta l'Italia confluivano illuminati come Roberto Carifi da Pistoia l'anarco-aristocratica Isabella Vincentini da Roma ….Si voleva occupare la basilica per riconquistarla all’indifferenza dei più, per manifestare la devozione dei grandi qui custoditi e sepolti, per simbolizzare e favorire la trasformazione dell’Italia secondo i criteri della Bellezza. I due commandi disposero quattro paletti a rombo sul sagrato coperto da carta azzurra, un tappeto sacralizzante. Mentre liberavo cento palloncini escalando “Sono pronto allo scontro fisico con chi si oppone allo spirito delle Muse”, alcuni fissarono una scaletta a un vertice, quale prora simbolica della “nave delle anime”. Si lessero testi e si declamarono mantra per uscire dalla favola nera del ‘900 e per celebrare le nuove nozze tra Cielo e Terra e poi i due commandi si schierarono davanti al monumento funebre di Ugo Foscolo recitando il carme “Dei Sepolcri”; le parole del poeta ritrovarono nelle nostre voci una loro nuova carica eroica.

   Ma il battesimo laico del mitomodernismo, la data ufficiale della sua entrata nella società italiana, fu celebrata il 21 gennaio del 1995. Sul palco del Teatro Filodrammatici, sotto l’aurea bandiera di Ares e Afrodite, salirono Giuseppe Conte, Stefano Zecchi, Roberto Carifi e Tomaso Kémeny a dire al mondo che non era finita, ma era giunto il momento per iniziare di nuovo le avventure sublimi della Bellezza.

    Una lunga notte mitomodernista fu allestita da Antonio Staude a Heidelberg, mentre ad Alassio, a cura di Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny e Stefano Zecchi, tra il 1996 e il 1999, si ebbero tre Festival del Mitomodernismo in cui poesia, musica, danza, pittura e teatro ebbero la possibilità di corrispondere allo stesso spazio/tempo.

   Concludiamo con Giuseppe Conte che ci dice che “il Mitomodernismo è il rovesciamento di ogni equilibrio imposto, di ogni convenzione compromissoria, di ogni stasi. È inaudita energia di ricominciamento....”.

 


 

Il discorso

di

Giuseppe Conte

 

 


Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, siamo qui a Santa Croce per riaffermare il primato della poesia: dove meglio che qui, nella città di Dante, davanti alle tombe di Alfieri e Foscolo?

Non abbiamo altre armi che il linguaggio, i simboli, la forza dello spirito.

Ma si spiritus pro nobis, quis contra nos?

Lo spirito, l'energia spirituale. In Italia è esistita una classe politica e intellettuale che ha commesso dei veri e propri crimini contro lo spirito, e che va giudicata, processata e bandita innanzi tutto per quello.

"Il dott, il ricco ed il patrizio vulgo" descriveva così Foscolo la classe dirigente dei suoi tempi. Non molto è cambiato: ed ecco uomini di cultura che hanno ridotto la cultura a gioco, moda, ricamo, idiozia, esibizionismo; che hanno diffuso, nei casi migliori, una cultura senza fede, senza valori, incapaci di slanci generosi, di avventure spirituali. Ed ecco politicanti senza dirittura, senza tensione etica, senza spinta ideale, che hanno ridotto la politica a baratto, sopraffazione, scandalo, corruzione, insozzando il termine stesso di democrazia e di repubblica. Ed ecco una borghesia indebolita, instupidita, involgarita, tutta sponsor e spot, diventata la meno civile e colta d'Europa.

Avevamo sperato che dalla caduta nel fango della prima repubblica nascesse il nuovo. Lo aspettiamo ancora. La poesia contiene la verità del futuro e del sogno.

Aspettiamo, Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, di vedere la democrazia rinnovata nella carne e nel sangue, la repubblica riprendere le sue virtù, il rigore, l'orgoglio, la dedizione, il sacrificio.
Dal fango della prima repubblica molti ranocchi sono saltati sulle sponde della seconda che deve ancora nascere. I ranocchi che gracidano più forte fanno i ministri. C'è il Ranocchio Paffuto Abrogatore, quello che vuole abolire i Licei, e che la poesia qui dichiara e solennemente ribattezza Batrace Minchione.

Il ranocchio più grosso fa il ministro portaparola: è il Rospo Megafono Schizomorfo, nemico mortale della poesia, che ha trasferito a destra l'atteggiamento mentale della sinistra borghese cinica e nichilista: niente vale niente, tutto è vero e il contrario di tutto, universale è la spazzatura.

Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, la poesia non è "contro", voi lo sapete, la poesia è "per". La poesia sogna, inventa, crea il futuro, da capo e di nuovo.

La poesia è per una cultura che ritrovi la propria energia spirituale, larghezza di orizzonti, libertà da ogni dogma e da ogni moda, gusto dell'avventura individuale, e gioia insurrezionale.

Per una politica in cui l'Italia rinasca, ritrovi identità e grandezza.

VITTORIO ALFIERI ci insegni la fierezza individuale, anarchica e combattiva, la fede nella forza di palingenesi della poesia.

UGO FOSCOLO ci insegni a tornare al culto delle memorie e dei miti, della storia e della bellezza.

GABRIELE D'ANNUNZIO ci insegni che la poesia, il suo nobile sogno, può ambire a tenere una città come lui tenne Fiume, con ministri che erano poeti venuti dal Giappone o dal Belgio, con una Costituzione, la Carta del carnaro, che è un capolavoro di ordine spirituale e di libertà. Si spiritua pro nobis, quis contra nos?

Ma noi sappiamo che l'Italia che rinasce non può non allargare le braccia al Mondo!

All'America di WALT WHITMAN, alla sua democrazia immensa e carnale, naturale e cosmica. Sappiamo che Vittorio Alfieri ebbe in mente di fondare qui a Firenze un ordine cavalleresco, i Cavalieri dell'ordine di Omero: chi potrebbe a miglior diritto farne parte di Whitman, o nel nostro secolo di BORGES e di
JUNGER? A lui indirizzo un saluto reverente, che queste parole arrivino sino a Wilflingen.

L'Italia si apre ai continenti! Allarga le braccia verso l'Africa e l'Asia, da dove viene la parola inflessibile dell'islam, e quella modulata e flessibilissima del Buddhismo o del Taoismo.

La poesia è "per": per una concezione eroica e spirituale della politica, ma che abbia coscienza del primato della libertà e della pietà.

Per rifare la tempra, il nerbo degli italiani.

Non abbiamo più eroi. Quando ho cercato eroi per cantarli, sono dovuto andare lontano, verso uno dei pulsanti cuori cattolici d'Europa, in Irlanda, e ho trovato il Bobby Sands, suicida per sciopero della fame nel carcere di Mazein Ulster, nella primavera del 1981, eroe della libertà, del sacrificio, della dignità umana, che sia benedetto il suo nome.

La poesia per riaffermare il suo valore oggi è in rivolta. Siamo qui a Santa Croce a lanciare una sfida . Siamo pochi, senza sponsor, come si dice orribilmente oggi in un paese dove sembra necessario lo sponsor anche per respirare, ma con una passione di fuoco, e il fuoco si propagherà. Ci sono arrivati messaggi diversi, toccanti, insperati.

 





 













 

 

 


 

È-VENTO di POESIA: AZIONE MITOMODERNISTA.

Venti poeti per la rinascita dell’Occidente  

a cura di

Massimo Maggiari e Angelo Tonelli,


 

 

per conto del College of Charleston e dell’Associazione Culturale Arthena,

con il Patrocinio del Comune di Lerici e della Fondazione Dino Olivetti.

 

Sabato 18 maggio 2013 alle 17.30 a San Terenzo (Lerici) dalla terrazza di Villa Shelley - sede quest’anno dei corsi di poesia del College of Charleston - i poeti hanno partecipato a un’azione rituale in onore di Shelley e della poesia romantica liberando mongolfiere poetiche con messaggi di rigenerazione per l’Occidente durante la performance della soprano Antonella Tronfi.

 

Gli studenti del College of Charleston si sono radunati per una lettura collettiva dell’Ode al vento d’Occidente di Shelley e i venti poeti giunti da tutta Italia hanno dato luogo a un reading individuale sui temi del mito, della bellezza, e della rigenerazione etica e spirituale.

 

Sono intervenuti Giuseppe Conte, Tomaso Kemeny, Isabella Vincentini, Francesco Maccio’, Chicca Morone, Massimo Morasso, Giulio Viano, Isabella Tedesco Vergano, Silvia Venuti, Paola Pennecchi, Luisa Papa, Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Adele Desideri, Lamberto Garzia, Angelo Tonelli, Massimo Maggiari.

 

Ai poeti si accompagna la performance fotografica di Andrea Gravano.

 

Interventi musicali del gruppo Antiqua Lunae, installazioni a cura di Giuliano Diofili

Ospiti: Luca Mangiante, Chef; Ugo Gervasoni, Anglista; Antonio Attini,

Fotografo; Anne Lowndes, English Reader.

 

L'azione mitomodernista si è conclusa nella Sala Consiliare di Lerici, dove ha avuto luogo il concerto di Vincenzo Zitello, il più grande interprete vivente dell’arpa celtica.


 

ODE AL DIVINO

di

Angelo Tonelli

 


 

 

 

Le cose che vediamo sono il visibile

dell’invisibile,  i nostri passi

camminano misteri, siamo immagini

sullo specchio dove si specchia

 il dio, il mondo

è fatto di vuoto-conoscenza

senza conoscente e conosciuto. Anche il fremito

della passione accesa

anche l’urlo del dolore che strazia

o il quieto rispecchiarsi nella notte

delle case sul mare

 

Difendici poesia dalla barbarie

dell’europa-diodenaro, del governo

rifugio per corrotti e criminali

comuni tutelati da una Dike

rovesciata, difendici

dal mercato delle menti, dona alle genti

la luce dell’anima, ridesta

i dormienti, sii araldo del risveglio, levatrice

di una nuova, rinata, civiltà

di sapienza e compassione, semina

il seme della vita e dello spirito

nel cuore degli arconti illividiti

del diodenaro che si stringono a coorte

di abuso; accorrano i tuoi angeli

di luce dove il buio nelle menti

degli umani è fitto fitto.

Libera i poeti

da calcoli meschini, da livelli

di coscienza intorpiditi

da politiche poetiche asservite

al demone dei tempi, al diodenaro.  Siano apostoli

 del mistero, astri del possibile,

piccoli avatar della rivolta

interiore, pacifica, sapiente

che crea isole di luce del convivere

umano, fraterno, liberato.

  

Sophìe     charis    harmonìe   eleutheria eirene

Shantih shantih shantih


 

DA SAN TERENZO. AL SACRO GOLFO DEGLI DEI.

di

Massimo A. Maggiari 

 

 

Sfiorano il blu del cielo  

queste terre di frontiera

senza badare al vento della mareggiata.

Sfilano in alto, fiere del sole

mentre l’onda inaridita sospende il passo.

 

Spengo la voce

E guardo la marea dei pensieri spegnersi

in un agile bagliore di fiamma.

 

Al silenzio, s’aprono i flutti

Entro nei vorticosi sogni dell’anima

Mi crescono dentro come un frutto

Che ramifica in un braccio e un volto

Sempre più acceso dal vento

Mentre spengo il respiro, e poi lo riaccendo

e giù scendo nel mare profondo

scalzo e nudo, lungo le coste di rosso corallo

Rotolo, e impenno, al maestrale

Rotolo, e impenno al grecale

lampi di luce affrescano il lungo cammino.

Ma cosa sogna l’anima?

Se non l’istinto della rosa che germina se
stessa.

Dimmi, dimmelo  ancora, che cosa
sogna l’anima? Se non il passo svelato verso un saltuario
destino.

 

Non ascoltate le follie matematiche

Dei budget siglati da cotonati leader in camice
bianco

 

Vada in gemme il cuore ringiovanito, s’alzi in
volo

Acquisti voce, planando su orizzonti di braccia
tese

vocazione e scelta, sia la
rosa del mondo

vocazione e
scelta, timore e amore per le albe ed il tramonto

 

Afflato e
amore per il gesto pargolo di una mano

E dichiarato
amore per chi offre crescita

 

Abbandonare le
caste dei sogni morti, non è follia

Spazzare i
privilegi, non è follia

È il pugno che
diventa carezza.


 

DIFESA DELLA POESIA

di

Giuseppe Conte

 

 

L’altra notte mi è apparso Shelley in sogno: pallido, gli occhi accesi, i capelli lunghi, un sorriso bellissimo anche con quei suoi denti un po’ in disordine. 

Puntava il dito contro di me, come se fossimo in un tribunale, io sul banco degli imputati e lui un accusatore implacabile. “Hai dimenticato la mia Difesa della Poesia. Hai dimenticato che in ogni  tempo la poesia va difesa dai suoi nemici ricorrenti, e che  in ogni tempo  va ribadito che i poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo”

“Non l’ho dimenticato, ma oggi tutto è più difficile, ci sono in campo forze ostili alla poesia che tu forse non potevi immaginare ai tuoi tempi”.

“Di cosa parli? Io ho immaginato tutto, ho anticipato tutto, il socialismo utopico, lo slancio libertario, il pacifismo assoluto, la rivoluzione sessuale, persino il vegetarianesimo come ideologia non violenta. Ho scritto uno degli ultimi libri sacri dell’umanità, il Prometeo Liberato”.

“Hai ragione” ho continuato io ”ma oggi la grandissima parte degli uomini rifugge dall’idea che si possano scrivere libri sacri, profetici, avere visioni, passioni utopiche."

“Ma perché?“ mi ha chiesto Shelley, guardandomi sempre più severo.

Ho provato a spiegarmi: “Vedi, oggi i nemici della poesia sono nascosti, invisibili, astratti, lontani, e non di meno potentissimi. Non sono la tecnologia, la televisione, la rete, come credono i superficiali. La televisione ha un linguaggio che la poesia, arte della sintesi fulminante, potrebbe usare benissimo. Basterebbe  non fare programmi come tutta la Camera da letto letta dal  povero Bertolucci (0 di audience su RAI 3) o il tutto Dante del povero Benigni, colato verso il fondo degli ascolti di RAI 2. Uno slam di poesia che ho curato  io alla fine degli anni Novanta su RAI1, con giovani poeti sconosciuti, ebbe più spettatori, che è tutto dire. E la rete, quella diffonde poesia in tutti gli ambiti più di quanto sia mai stato fatto in qualunque epoca umana. Diffonde le cazzate, come si dice oggi, ma anche la grande poesia. Tu hai bisogno di un testo di qualche secolo fa, digiti qualche parola su un motore di ricerca ed eccotelo davanti. Non mi dire che sullo schermo del computer “Oh wild West Wind, thou breath of Autumn’s being“ è meno bello che sulla carta. Scrivi un testo, e te lo ritrovi dappertutto. Una mia poesia in sei versi intitolata “Energia mutabile”, un tentativo di definire l’amore, l’ho trovata piratata in non so quanti siti, persino su quello di un wedding planner napoletano. Cosa ci posso fare? E pensare che detesto i matrimoni e la musica melodica, grata ai camorristi.”

“Ma dove sono allora i veri nemici?”

“Sono  annidati altrove. È da quelli che bisogna difenderla oggi. I maggiori nemici della poesia sono forze oscure, opache, che preparano la fine dell’Umanesimo, del bisogno di verità, della bellezza autentica, del sacro nelle cose: lobby intellettuali e mediatiche materialiste e nichiliste, consigli di amministrazione di multinazionali tese al profitto estremo, anche a costo dell’avvelenamento della Madre Terra, sostenitori del capitalismo finanziario svincolato dal lavoro e dalla sua etica, che diffondono dai vertici sino alla base più plebea una scala di valori in cui il denaro è al primo posto, decretando la irrilevanza di ogni altra realtà. Non era mai successo in nessuna società umana che le stesse élite si appagassero della sola dimensione economica delle cose, disprezzando ogni  forma di energia spirituale. Le forze che deridono e disprezzano la poesia sono le stesse che considerano desueto, vecchio il lavoro umano, che ne umiliano la santità laica e il primato, come umiliano la giustizia, il dovere, la dignità, l’innocenza, la incorruttibilità. Si è sempre saputo, lo diceva il popolo più pragmatico della storia, che carmina non dant panem. Nondimeno quello stesso popolo affidava ai poeti il compito di illustrare le proprie origini e il proprio destino, di erigere nel linguaggio monumenti più duraturi del bronzo. Ma oggi, un lavoro che non dà pane, e meno che mai dividendi, plusvalenze, stock options, tangenti, privilegi, è ritenuto universalmente qualcosa di  inutile e di ridicolo. Una classe politica come quella italiana che non crede più nella tradizione culturale e nella lingua del proprio paese, cancella la poesia, che è il midollo dentro la spina dorsale della nazione. E così facendo cancella, delegittima se stessa. Ecco dunque un paese sderenato, infiacchito, stravolto, ridotto a bordello miserabile, la tua Italia, caro Shelley, il paradiso degli esuli, che costringe i poeti italiani ad essere esuli in patria, almeno questo è il mio caso.

“Chi sono” mi ha interrotto Shelley ”i poeti laureati che sento spesso nominare nei discorsi degli  uomini politici del vostro  partito maggiore, dimmi, nomi che purtroppo non conosco, la cui opera non mi è nota, Vasco Rossi, Ligabue...”.

“In Francia, durante la sfida elettorale, Sarkozy e Hollande si disputavano Victor Hugo. Da noi, non sentirai  mai citare con serietà di intenti che so Foscolo, ma neppure Manzoni, non sono di moda, non sono star, forse non hanno neppure guadagnato miliardi…  C’è in atto una manomissione spaventosa della forza intellettuale, progettuale, spirituale della poesia. E della letteratura. Lo so, l’ho denunciata spesso, credici. Ho fatto quello che ho potuto. I dance as fast as I can, Mr. Shelley. Ma ci ho provato, e sono stato spesso frainteso e deriso per questo”.  

Shelley, mentre parlavo,  aveva continuato a guardarmi severo. Ora inspiegabilmente sorrideva. Così vanno i sogni. Il banco dell’accusa si era trasformato in quello dei giudici. Ed erano comparse altre due ombre ai suoi fianchi. Una aveva una lunga barba bianca, incolta, uno sguardo esaltato, l’altra una compostezza enigmatica. Da cieco. Riconobbi trasalendo Walt Whitman e Jorge Luis Borges. Il miglior collegio giudicante che potessi desiderare. Non  colpevole. Questo è stato il verdetto. L’imputato ha  messo nella poesia (e per la verità anche nei  romanzi) entusiasmo vitale, simboli, mito, natura, eros, sacro, visioni non eurocentriche, empito democratico. Anche se non è servito a niente, e i suoi contemporanei non glielo riconoscono.

In  verità sono stato assolto perché continuo a difendere il primato della poesia,  perché credo nonostante tutto in lei come canto dell’universo, credo nel suo desiderio di cambiare il mondo, di essere resistenza, e insurrezione.  Poco prima del risveglio, Shelley si è trasformato, con quei rapidi décalage metamorfici tipici dei sogni, il suo volto è diventato rugoso, i capelli bianchi, gli occhi stretti sotto le palpebre, la voce ancora più irta, come se gridasse.  Era Giuseppe Ungaretti.

“Ritornerà scintillamento nuovo”, recitò gesticolando. Poi si limitò a sorridermi, quasi con malizia. "La poesia è fare l’amore col mondo, sino alla fine. Oltre ogni ferita, oltre ogni sofferenza. Tu lotta e ama, sempre."

Così sembrava che mi dicesse, prima di scomparire.